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CENTO AUTORI per il cinema
Roma, 19 maggio 2007

Dov’ è finito il cinema italiano? Ci è sembrato di poterlo trovare riunito in assemblea al teatro Ambra Jovinelli di Roma non più tardi di due settimane fa, stretto stretto intorno al ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli, a chiedere allo Stato i soldi necessari a far ripartire l’industria cinematografica nazionale. E’ nato il Gruppo Centoautori, che ha chiamato a raccolta volti noti e meno noti del grande schermo e del piccolo cinema, per dimostrare alla politica di avere ancora il potere di incidere sulle scelte del governo che hanno sostenuto anche prima delle elezioni. Sul palco nomi prestigiosi, da Bernardo Bertolucci a Stefano Rulli, da Cristina Comencini a Paolo Virzì, da Giuseppe Piccioni a Marco Bellocchio: ad ognuno il compito di intervenire per “suggerire” le mosse da fare in vista della discussione nelle aule parlamentari della nuova legge di sistema sul cinema. Il ministro Rutelli raccoglie, anche in vista di una scalata dentro il PD, ma il sindaco maximo Valter Veltroni gli ricorda che accanto ai cineasti italiani c’è anche lui: e invia una lettera, accolta con un sorriso ironico dal ministro più “cinegenico” d’ Italia.
Gli autori denunciano la difficoltà di lavorare stretti nella morsa del duopolio Medusa – Rai Cinema, che determinano finanziamenti e soprattutto distribuzione delle produzioni; resta il fatto che non si può giustificare con la mancanza di denaro la povertà del nostro cinema.
Insomma se anche un film che poteva essere importante vista la tematica, come Mio fratello è figlio unico di Daniele Lucchetti (solo italiano presente a Cannes, senza l’onore della gara), è stato cannibalizzato dalla presenza di Scamarcio, essenziale nelle ultime produzioni cinematografiche per “fare cassetta”,  il problema del cinema italiano non è solo la quantità di finanziamenti destinati alle produzioni, ma la necessità di dire ancora qualcosa.
Se la passione e la sensibilità dimostrata dagli interventi dei cineasti in sala fosse tradotta su pellicola, noi avremmo ancora il nostro cinema, quello capace di raccontare storie, di indagare sulla realtà sociale, sull’animo umano. Insomma mi chiedo: se Bellocchio avesse ancora i pugni in tasca, non riuscirebbe più a trovare finanziamenti per un suo film? E Bertolucci, che mentre parlava il ministro Rutelli sfregava l’indice col pollice come un qualsiasi italiano medio che chiede aumenti al “principale”, ha la necessità di dipendere da finanziamenti statali? Giusta e sacrosanta la richiesta di liberare dalla schiavitù delle nomine politiche i posti nevralgici dell’industria cinematografica, di snellire la burocrazia e di chiedere più trasparenza soprattutto nella gestione di Rai Cinema e del Centro Sperimentale di Cinematografia; giusto fare la voce grossa per chiedere che le opere prime e seconde, e per i progetti di ricerca e sperimentazione, produttori e autori devono potere accedere a finanziamenti che vengano considerati alla stregua dei fondi di ricerca scientifica. Ma sarebbe bello che questa battaglia fosse vera: a colpi di produzioni indipendenti, di festival meno drogati dalla politica e dal marketing, dal coraggio come quello di tanti autori stranieri di scavare nelle ferite della storia.  

Palmira Mancuso

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