Tutti sempre molto indulgenti con la sinistra della sinistra; in particolare l'establishment, cioè i grandi giornali. Adorano lodare e mettere in palchetto l'ultimo ideologismo di un Asor, la dichiarazione non lievitata ma fresca di forno di un Folena, la canzone bollita con foulard di Occhetto, la visione del mondo di una che si mette il passamontagna arcobaleno e corre per le primarie, il fervente castrismo di un Diliberto, i gargarismi moralistici di un Veltri, la pettinatura di un Colombo, la finta autorevolezza un po' trombona del Manifesto, una sbruffonata eroica di Gino Strada.
Costa niente, rende molto. Ci si fa legittimare dai superbuoni, dai puri, da quelli che si indignano.
Si semina un po' di zizzania nella coalizione di centrosinistra, che ha il vento elettorale nelle vele, e così la si controlla meglio.
Si fa un dispetto a D'Alema, a Fassino, agli sgobboni dell'Unione. Si gioca di sponda.
E fino a un certo punto è comprensibile, bisogna pure inventarsi qualcosa per mandare in tipografia i giornali. Poi no, lo scherzo non diverte più.
Questa la traiettoria su cui si è mossa la strategia radicale. Ecco allora lo spunto per un'altra riflessione: alcuni degli intellettuali arabi liberali dicono che il mondo culturale arabo è chiuso in una struttura medioevale, drammaticamente in crisi. Affermano che questo aspetto viene poco considerato, se non travisato. A loro avviso (e io sento di condividere questa interpretazione) il conflitto è tutto interno al mondo arabo.
Un conflitto tra un sistema di potere appunto medioevale e una domanda di modernità che non trova forma. Tra monarchie e governi dittatoriali da una parte e fondamentalismi religiosi dall'altra, l'evoluzione democratica è bloccata.
Questo dimostra che i liberali - arabi e non - dicono la stessa co-sa. È una tesi che vive e si confronta costantemente anche nella creazione di un cammino comune delle democrazie, volto verso la creazione degli Stati Uniti d'Europa e d'America, di Israele, della Palestina. Non vi sono differenze.
C'è da dire che nelle loro solitudini esistono a volte dei limiti che sono esattamente quelli riscontrabili negli intellettuali e nei militanti li-berali dei regimi fascisti e comunisti.
Anche loro lamentavano e denunciavano le stesse situazioni. Basta leggere Ernesto Rossi o Altiero Spinelli, quando parlano del loro carcere a Civitavecchia. Ad un certo punto, viene fuori che i giorni peggiori erano quando da via della Mercede, dove vi era già allora l'associazione della stampa estera - che avrebbe dovuto essere il mondo "democratico" - dicevano le cose più schifose, mistificatorie,di copertura sulla realtà fascista, di cui non raccontavano la cruda realtà illiberale. Si pensi ad un governo come quello francese nel cosiddetto fronte popolare che, con la complicità di Leon Blum, vietava a coloro che volevano farlo di andare a difendere il governo legale spagnolo.
Fuhad Allam, in questo numero di "QR", sottolinea come una parte degli intellettuali ha un atteggiamento di scetticismo, affermando che il mondo arabo, dominato dalla fede islamica, sia immutabile. Fa un parallelo con lo stesso scetticismo che l'intellighenzia europea nutriva per il mondo slavo a cui - quasi per dannazione antropologico-culturale - non concedeva una potenziale sensibilità liberale.
Quando si cercavano di vincere i sentimenti degli alsaziani tra Francia e Germania, era una tragedia. Si ammazzavano tra di loro. Guardiamo a quello che c'è stato e c'è ancora in Irlanda del Nord o nei Paesi Baschi.
Sono più o meno i soliti argomenti. Che poi non sono molto diversi tra loro. La razza, la nazione, la cultura, la storia, la religione. Niente di nuovo dunque, ma soprattutto queste "seconde" posizioni sono condimento costitutivo da sempre delle illusioni fondate su un ordine autoritario delle coscienze. Per cui c'è bisogno della guerra, che risponde a una situazione di emergenza. Da qui l'Islam (o il mondo cristiano). visto come pericolo. La guerra che deve essere per forza fatta.
In realtà oggi è difficile da aver presente, ma ricordiamo che ciò ha rappresentato fino a quarant'anni fa la maggioranza del potere nel mondo. In Europa nazismo, fascismo, Vichy, Spagna, Portogallo e dall'altra parte le terribili realtà comuniste avevano tutte alla base questa componente. O neutralisti o pacifisti, sempre nazionalisti - un nazionalismo nichilista - ma soprattutto mai nonviolenti, perché in realtà esercitavano una violenza nella guerra civile propria di un ordine autoritario. Avevano bisogno degli scontri tra gli Stati per meglio distruggere le autonomie dei rispettivi popoli.
Voglio ricordare una cosa. Mi è parso quasi che Papa Benedetto XVI, che è uomo di cultura praticante e militante, abbia dato una bacchettata, neanche da professore ma da maestro di scuola elementare, a chi (fra gli altri il suo segretario di Stato, ma pure Marcello Pera) ha avallato questa storia dell'anticristiano. Lo ha fatto con non chalance, con una punta di sorriso di condiscendenza. Una vicenda che, de-vo dire la verità, anch'io ho trovato ridicola.
Ma un europeista convinto come te come legge la crisi dell'Europa rispetto alla guerra in Iraq?
Con l'iniziativa "Iraq libero", con la maggioranza dei parlamentari italiani che l'avevano fatta propria, con l'intesa con l'allora presidente della Commissione Papandreu che gestiva il semestre europeo, av-viammo una iniziativa che cresceva di momento in momento, con sintonie che ricordo rendevamo pubbliche momento per momento attraverso Radio Radicale. Un sabato sera insistevo particolarmente su quanto fosse urgente correre da Mubarak, proprio perché si stava stringendo con lui la linea "Iraq libero", che di fatto era l'esilio di Saddam. Da quello che poi oggi si sa, in effetti si era già al punto di discutere se dovessero essere 5 o 6 mila i lasciapassare di quelli che dovevano andare in esilio con il dittatore oppure molti di meno (500/600). Questo era il punto del contendere. Fu proprio quel sabato sera che dalla radio ho ancora una volta sollecitato il nostro governo affinché facesse un piccolo passo per iscrivere l'iniziativa nell'ordine del giorno della imminente riunione dei presidenti europei, prevista in quelle ore.
Blair in quei giorni correva a Washington per convincere Bush a protrarre ancora il momento dell'inizio della guerra. E noi chiedevamo quindici giorni. Ritengo che si potevano accettare quei quindici giorni (parlo di cose ufficiali, non di retroscena). Se non i 5 o 6 mila, almeno i 500 o 600 potevano essere accettati per trattare, per i quindici giorni richiesti. Bene, accadde che, non essendo stato scritto all'ordine del giorno, non fu possibile a nessuno Stato, neppure al Lussemburgo per fare un esempio, di dire: parliamone! Quel giorno, ci sarebbe stata ufficialmente una proposta. Con questo aiuto Blair sarebbe andato in modo un po' diverso a colloquio con Bush.
In effetti il problema era per loro stessi: se prove non ne abbiamo, ma siamo convinti che Saddam - magari in una valigetta - ha armi chimiche (era la posizione più oltranzista del presidente Usa, mentre ma-gari il premier britannico aveva più paura di mentire), si sarebbe potuto aprire un margine su cui operare politicamente.
Invece non se ne fece nulla, anche per il comportamento unanime, grottesco, da antologia (spero che un giorno trovi posto nei testi scolastici italiani), da parte di tutti i leader politici e dei parlamentari che pure quella proposta avevano sottoscritto. Ci fu una seduta alla Camera dei Deputati, dove tutti, da Berlusconi a Violante, fecero una figuraccia unica. Quindi diciamo che a volte una buccia di banana rivela una intenzione.
Ebbene noi sottolineammo proprio l'errore di gestione dell'iniziativa occidentale, perché in quel caso ha prevalso il bisogno - dovuto a calcoli meschini, a riflessi ideologici ed umani - da parte di Bush, al quale non si è voluto, resistere. Anche da parte dello stesso Blair. È una scelta che si paga cara, molto cara.
Per assurdo sono al limite d'accordo con lo stesso sindaco di Lon-dra Livingstone, il quale dice: è certo, il terrorismo non è causato dal-l'Iraq, ma è anche vero che diventa ovviamente una vicenda strumentalizzabile, un valore aggiunto psicologico per i terroristi.
In questi casi emerge che se è vero che non fu commesso un crimine, anche da parte di Blair (non parlo di Berlusconi, quello nei fatti è a rimorchio di tutto.!) l'atteggiamento di tutti (Russia e Germania compresi) rivelò che veramente fu una buccia di banana che ha impedito una iniziativa politica fondamentale. Mai come in questo caso è valida l'affermazione: "peggio del crimine, l'errore".
Non credi che abbia influito un asse che comprendeva non solo le ambiguità francesi, ma anche gli interessi materiali dei fabbricanti di armi.
Questo c'è sempre, oggettivamente. È un elemento sistemico.
E a proposito di elemento sistemico, penso agli accadimenti di questi giorni in Italia su questa vicenda delle banche. Questo ci consente di passare anche alla seconda fase di questa nostra conversazione.
Il problema resta sempre quello di una alternativa liberale, laica, nonviolenta, da noi come nel mondo. Penso che le cose siano mature per ottenere che una scintilla, proprio una scintilla, se trova il background, contenente materie "esplosive" per il cambiamento, lo possa poi realizzare. Basta appunto una scintilla.
Oggi il vero problema è cominciare ad essere coerenti (fra vent'anni lo dirà anche Fausto Bertinotti) con l'impostazione che noi radicali perseguiamo da diversi decenni. Urge - ed è possibile - una gigantesca operazione, ideale e politica, di conversione, gradualmente prefigurata e calibrata, delle strutture e dei servizi militari industriali.
Si fanno investimenti nei settori militari industriali eppure, Onu o non Onu, tutti dicono ".i nostri ragazzi sono lì con l'incarico di portare la pace". Dunque non solo collaborazione militare. Si combatte la guerra, ma non si tratta solo di collaborazione militare.
"La riconversione delle strutture militari in quelle civili". Questo slogan è un po' anche nostro per quello che abbiamo sostenuto e fatto. Oggi è cosa che può essere fatta a partire da posizioni nonviolente, anche tenendo presente che quella che una volta era la "Voce di Londra" o l'equivalente di una grande Radio Radicale, con una politica tradizionale non serve a nulla.
Si prenda il caso cubano, il sub-continente americano, l'isoletta più super protetta del mondo. Castro, il dittatore, ha continuato a vincere. Questo perché l'isola ha "spazi". Tutti gli altri, che in altri luoghi avevano una supremazia folle, che potevano usare ogni mezzo, dalle penne stilografiche con esplosivo, ad altre demenziali sofisticherie, hanno perso.
Alla fine io dico che occorrono dei contenuti.
Sono stato sempre molto interessato a quello che scrive, oramai da trent'anni, in un modo che ricorda la rabbia, il dolore di un adolescente tradito dal suo amore, Gore Vidal. Al suo modo di illustrare i segni del male.
Ma occorre dire che uno dei padri che ha continuato a fornire al-l'America dei valori è un generale. Quell'Eisenhower che denuncia come pericolo per la vita americana e per la vita del mondo, quello che lui conia e descrive in modo preciso: "il complesso militare industriale".
Sono passati cinquant'anni di esperimenti, abbiamo piccole riprove, le "rivoluzioni arancione dell'est europeo, che sembravano delle cose di stampo nostro come metodo, ma in questo caso di massa, con il loro successo.
Quello che oggi manca, a tutti, sono le idee. Servirebbero a dire alla "Comunità di S. Egidio" o a Veltroni, che quello che è da ottenere è una sorta di parità. Dagli Stati Uniti all'ultimo dei Paesi africani. Ci vorrebbe una garanzia di riduzione progressiva e calendarizzata della spesa militare degli Stati. Basterebbe questo, una riduzione bilanciata della spesa. Gli intellettuali laici, ponendo una questione di libertà, in-carnerebbero un problema sociale immenso perché negli Stati del terzo mondo, anche quelli più democratici (qualche piccola eccezione in questo senso c'è, ad esempio il Senegal), avvenga un profondo cambiamento; perché la spesa militare è la più distruttiva.
È inutile aiutare, dare soldi, diminuire o annullare il debito di Stati che sono "vittime" delle spese militari. Ci troveremmo in meno di cinque anni con la capacità, intellettuale e scientifica, di studiare il piano di conversione.
Come canalizzare un simile progetto?
La politica degli obiettivi formali. La laicità è avere obiettivi non "valori".
Il forum di Venezia di "Non c'è pace senza giustizia", quello che hai richiamato all'inizio, ha espresso per bocca dei suoi partecipanti una forte domanda di "rivoluzione" di contenuti. Il mondo arabo liberale presente ha lavorato alla ricerca degli strumenti per realizzare una comunicazione liberale e fissarla nella percezione delle persone.
Ma stiamo attenti. In America c'è, dalla televisione ai libri (ho citato l'esempio di quelli di Gore Vidal) una seria interpretazione critica. Eppure non sono riusciti a scardinare questa cultura.
Un altro elemento in questo senso è che nei ceti cosiddetti democratici i moralisti di ogni risma - americani, talebani, vaticani ecc. - vi è la sottovalutazione dei dati di costume. Cioè, se al popolo iracheno fosse stata data la possibilità di vedere "splendidi" filmati documentari sulla reale vita di Saddam, delle sue regge, mostrandole, dicendo i prezzi che erano costate. Ebbene la gente sarebbe rimasta a guardare tutta la notte: lui che strozza il genero; sarebbero immagini terribili e istruttive.
Ricordo mio padre, nazionalista nel 1921, che da giovane faceva il militante fascista come tanti e poi smette con la politica pur restando comunque fedele al fascismo. E questo quando viene a sapere del-la Petacci, della cocaina di alcuni dirigenti: lui figlio della borghesia meridionale, che aveva sposato una francese, che viveva comunque uno spirito europeo (a casa circolavano, fino a quando è stato possibile giornali francesi, nazionali e locali), dimagrì dieci chili di fronte a questi fatti, poiché gli apparvero inaccettabili.
Ora prevale la stampa scandalistica, ma in parallelo abbiamo (e questa è una delle mie polemiche con chi ha presieduto l'Authority sul-la privacy, Stefano Rodotà) una interpretazione della privacy come diritto ad essere ignorati; mentre invece il problema è quello di essere conosciuti nella propria verità.
Proprio in questi giorni è in corso una guerra a suon di registrazioni..
Bisogna rendersi conto che i populismi hanno delle forze che colpevolmente si estrinsecano. Penso a Gladstone che io adoro. Ma era vittoriano pure lui, un moralista: per cui si finisce sempre per avere più simpatia umana per uno come Disraeli.
Questa digressione nei ricordi mi spinge a riflettere che molto spesso non abbiamo presente quali sono gli obiettivi che possono renderci vincenti e cosa è la laicizzazione del potere.
Torniamo all'Europa.
Diciamo che per il momento mi va bene Blair. Ha una visione mondiale (vogliamo dire imperiale?). È a favore dell'entrata nella Ue della Turchia e credo anche di Israele. Dicono perché lui vuole una zona di libero scambio. Non credo, lui era tra i più europeisti tra gli inglesi (non federalista perché la federazione non c'era.
Io ero per l'ampliamento perché i dieci Paesi dell'Est, entrati re-centemente, erano e sono per gli "Stati Uniti d'Europa e d'America".
Bisogna intendersi quale Europa.
Questa storia delle radici è una grande sciocchezza. Allora perché non dire che vi sono anche la radice greco-romana, la radice mediterranea e non baltica.
Compagni di lotta, mio e della mia vita, non sono l'ottanta per cen-to dei politici e dei loro eredi di oggi, ma sono i turchi, perché è dal 1950 che stanno con me e io stavo con i turchi, quando era determinante. Quindi l'Europa è quella; compresi i crimini di Ataturk, ma an-che della grande rivoluzione laica del mondo arabo e musulmano, sanguinosa come sanguinosa è stata la rivoluzione francese, e poi Napoleone, che restano una parte fondamentale del salto storico nella nostra situazione attuale.
Blair va benissimo rispetto a due Stati - Francia e Germania - che sono oggi due Stati di nuovo poveri di slanci ideali e quindi sostanzialmente un po' neutralisti, sostanzialmente nazionalisti. Altro che renani, al massimo kruppiani. Mentre i nuovi arrivati sono arrivati perché vogliono la rivoluzione degli Stati Uniti d'Europa.
Oggi in Europa c'è la politica dei Paesi contigui; con tre sigle diverse e con tante sottospecie. I Balcani no, continuano a non volerli.
La posizione federalista. La posizione del gruppo federalista di Pa-via, carissimi amici, sempre in polemica ideologica con Altiero Spinelli al quale paradossalmente rimproveravano lo scarso federalismo, era portatore di un imperativo categorico di federalismo. Oggi dico - ripensando a quelle posizioni così polemiche, così vicine - il federalismo di Hamilton, e anche di Kant (che era molto laico, ragionevole, direi di buon senso, non di imperativo categorico della coscienza "storica"e quindi imprescindibile). Non dispero nemmeno per lo stesso Zapatero, il quale ha fatto quello che ha fatto (leggi il ritiro immediato delle truppe spagnole dalla coalizione e dall'Iraq dopo l'orribile attentato di Ma-drid - ndr) poiché a nessuno passava per la testa che avrebbe avuto successo alle elezioni, nemmeno a lui. Avendo vinto ha agito di conseguenza e - per questo apprezzo la sua coerenza - ha attuato il ritiro, sul quale si può essere d'accordo o no, ma che essendo stato an-nunciato non poteva non essere attuato.
Dopo di che però emerge un'altra verità. Qualsiasi fondamentalista in Medio oriente potrebbe dire: io voglio gli stessi privilegi che vengono riconosciuti alla città del Vaticano e ai preti cattolici, anche se il mio Stato è laico. In alternativa ora viene detto: io voglio la stessa eguaglianza senza privilegi che viene garantita in Spagna.
In fondo qual è l'arma più forte per l'evoluzione? Anche i governi medioevali e totalitari del medio oriente hanno sottoscritto il manifesto di Saha'na.
In un'Europa in declino, dove le politiche regionalistiche (la più negativamente significativa è quella franco-tedesca) hanno contribuito a questo stato delle cose, chi può essere il soggetto politico in grado di attuare una svolta?
Si può partire da qui per affrontare la parte italiana della nostra conversazione. Vediamo quello che come radicali e come socialisti (in particolare dello Sdi - ndr) stiamo cercando di rilanciare.
C'è una precisazione da fare. Pensiamo ad una persona che era socialista al cento per cento: penso a Loris Fortuna. Egli era però al cento per cento - e non solo perché aveva la tessera del Partito Radicale - radicale. Lui non era Lib/lab, non era radical-socialista, o liberal-socialista. Era tutto socialista e tutto radicale e tutto liberale: di conseguenza, 25 anni fa, oltre al divorzio, all'aborto, aveva presentato progetti di legge sull'eutanasia e altre proposte su questa linea.
Mi pare che nessuno contesti che queste proposte, queste battaglie, le abbiamo fatte quotidianamente insieme.
Sento parlare di unità socialista. Tutto legittimo, va bene. Sento parlare poi di problemi con l'Unione, di qualcuno che non vuole i radicali. Per carità non è un mio problema. Potrà esserlo fra venti giorni o venti mesi.
Il problema per quanto mi riguarda è questo. Si tratta di prendere atto che il termine socialista, il termine liberale, il termine laico, il termine radicale, e poi aggiungo di mio federalista e nonviolento sono sinonimi. Non sono più cose da comporre con un dosaggio: 50% dell'uno, poi tanto dell'altro e tanto dell'altro ancora. Nel senso che oggi, nella storia europea, mondiale del socialismo, il socialismo è quello di Saragat, di Silone e non quello di Pietro Nenni. Oggi nessuno si sentirebbe più di dire: Saragat era socialdemocratico, americano, mentre noi eravamo internazionalisti. Così come per altro verso, socialista è il voto contro l'articolo 7 della nostra Costituzione.
Quindi, io che la definizione liberale la ritengo la più limpida oggi come pre-vocazione, nel primo colloquio con i compagni dello Sdi ho detto: qui c'è un'urgenza riformatrice e non riformistica, di avere punti di riferimento, bastevoli come ispirazione e anche come collegamento politico con tre figure simboliche come Blair, Zapatero e Loris Fortuna, ufficialmente socialisti. Perché faccio questi nomi? Perché voglio fare più socialismo? Niente affatto, li faccio perché in questo momento, da liberale ritengo che questi sono i punti di riferimento che nella storia mi permettono di rivendicare alcune cose precise: amnistia subito; piccolo divorzio subito; eutanasia subito.
Elementi costitutivi di un programma. Dopo di che tu hai 10, 20, 30 rappresentanti in Parlamento e costoro diventano il terminale istituzionale di queste battaglie.
Il Psi non era a favore del divorzio, poi grazie a Giacomo Mancini, si tollerò e poi si aiutò sia Loris che Noi radicali ed altri ancora, e si ottenne il risultato. Se mancavano questi due o tre deputati, che si prendevano la libertà di sostenere strenuamente l'iniziativa, non ci sa-rebbe stato mai il divorzio allora.
Due cose credo siano da dire su radicali e socialisti, proprio nei giorni in cui la rivista esce. La prima può sembrare un esempio marginale ma è a mio avviso clamoroso per capire il senso di una traiettoria. C'era un meritorio parlamentare socialista, Sansone, che mi pare nel '57/'58 presentò una proposta di legge di "piccolo divorzio" per i matrimoni non concordatari (cifra minuscola, non più dell'1%). Bene, questa fu già una scossa, diciamo riformistica, per gradualmente arrivare al divorzio.
Per realismo politico con Loris dicemmo: no, noi dobbiamo dire divorzio per tutti. Magari ci accuseranno di voler obbligare tutti al divorzio; se non divorzi sarai punito. Era la posizione riformatrice. Infatti è stata popolare e si è vinto contro la già evidente antropologia culturale del gruppo dirigente che infatti è invecchiato subito, è divenuto post-fascista e ha cessato di essere antifascista e quindi antiautoritario, anticlericale, antimilitarista.
Questo un primo esempio di differenze tra riformismo e posizioni riformatrici.
Altra cosa per nulla secondaria. Il Welfare-state di stampo socialista realizza il progetto sulla base del piano Beveridge, Lord liberale, vero artefice che aveva elaborato il disegno possibile di giustizia sociale. E l'ha elaborato da "liberista".
Allora l'altra riflessione che mi viene di fare è questa: è chiaro che in politica estera la storia del socialismo non è quella del premio Stalin per la pace a Nenni (che fino al '59/'60 conserva con sé compagni come il "moscovita" Vecchietti), ma quella di Ignazio Silone oltre che di Saragat.
Quando si dice che la divisione fra credenti e laici è un'assurdità: la laicità, la libertà di coscienza, il dovere di coscienza e di ricerca è sinonimo del colloquio fra la coscienza e la ricerca dell'assoluto, che abbia un nome o un altro. Croce disse "religione della libertà". Altro che anticlericalismo ottocentesco. Non si tratta dell'"Asino" di Petrec-ca (rivista peraltro molto seria culturalmente, la cui collezione per chi la possiede è un piccolo patrimonio molto bello).
È lo stesso Benedetto Croce che in proposito non fa sconti. Ho pescato due lettere semi-inedite (le ha pubblicate solo la rivista "Belfagor") che sono molto chiare in proposito (le due lettere sono pubblicate nella sezione "libera uscita" di questo numero di "QR" - ndr).
E anche un uomo tutt'altro che estremista come Gaetano Sal-vemini afferma in modo durissimo ".Se quando me ne sarò andato avrò sottratto anche un solo uomo alle grinfie della chiesa cattolica mi sentirò soddisfatto."; va messo nel conto delle "cosche" dell'anticlericalismo ottocentesco?
Sono questioni di grande attualità. Si pensi alle cose dette da Mur-ri ormai morente. Non sono posizioni anacronistiche. Sono sofferenze reali. Così come potrebbero essere dette oggi a Kabul, in Iran o a Pechino.
E la questione dello zigote? Ricordo le mie polemiche alla Ca-mera: "Siete di una inaudita materialità - ripetevo ad alcuni - che fa impallidire". Ricordo il carattere dozzinale dei materialisti dialettici che facevano la pari ai materialisti storici. Chiedevo: mi dovete spiegare perché nel codice canonico è peccato grave dare il battesimo al feto, ovvero a tutto quello che non abbia sembianze umane, e poi affermate la sacralità dello zigote (e oggi dell'embrione - ndr)?
Con la "radicalità" della nonviolenza diventa possibile un programma politico. Con un lavoro di cinque anni si può, con i parlamentari e con il partito, arrivare a proporre un progetto possibile per il mito della riconversione. Ci vorranno 10/20 e non so quanti anni, ma appare possibile che riconvertire le spese militari industriali si può, come per gli arabi abbattere il fondamentalismo è il disegno prioritario. Allora si batte il terrorismo. Ognuno facendo dalla sua parte quello che va fatto.
Non c'è una data per la nascita di un "socialismo". Vi è il percorso del contrasto al togliattismo, che era il discorso con il potere vaticano e non con il popolo dei credenti. E ancora adesso, c'è in D'Alema, ne-gli altri, nei Rutelli questo residuo di compromesso continuo. Di so-stanziale subalternità; di subalternità reciproca.
Organizzarsi per questi obiettivi. Come si forma il soggetto politico che realizza ciò?
Ho detto soggetto politico? Ma anche questo non è un fatto preciso. Sarà federale. Non so. Occorre prima vedere se si riesce a parlare, non a monologare. E questo non è dato dai contenuti e nemmeno dalle formule espressive. Noi siamo stati capaci di parlare con il corpo, con le mani, con i gesti. Si è trattato di un linguaggio di cui possiamo sentirci piuttosto soddisfatti e tuttora, senza rendersene conto, tutti gli altri lo copiano, tanto è vero che poi non hanno più lo stesso effetto.
Ma, se storicamente si raggiungono fette consistenti di persone, di donne e di uomini, allora si può proporre una forma. Non raggiungi gruppi consistenti? Allora devi avere un'altra forma. Se per motivi legati ai caratteri antidemocratici del regime e del sistema antidemocratico che vive nel nostro Paese - e non solo - non si raggiunge grande parte della popolazione, allora il quadro cambia.
Per esempio io dico: voglio il sistema americano. Il giorno in cui avrò la possibilità di fare la battaglia che coinvolga veramente l'opinione pubblica, la faccio e penso di vincere in 10 anni. Ma se io so che alla fine della campagna avrò raggiunto - si e no in modo diretto - per pochi minuti solo una sola volta il 25% di elettori, non vado a proporre la stessa cosa. Questo rende evidente che i fatti diranno il che fare. Si vedrà chi ci sta in questa battaglia. Con obiettivi molto larghi. Con obiettivi, come ho già detto, non con i valori. Sui singoli deve prevalere il metodo e la verifica dei risultati.
Diamo pubblicità, in queste settimane ad un metodo. Facciamo qualche esempio. Presentiamo degli obiettivi, quelli a cui abbiamo già fatto più volte riferimento in questa conversazione. Dopo di che vedremo cosa faranno gli altri, l'Unione ecc.
Il Psi non aveva mai previsto il divorzio. Eppure un deputato fa le cose, spinto dal nostro movimento e il quadro muta. Per esempio Boemi e qualche altro hanno fatto battaglie che non erano proprio nell'agenda di questo centro-sinistra.
Si punta a obiettivi. Su questo ci si aggrega. Ma anche con lo sforzo semantico di non dire più liberal-socialista, radical-socialista, ma liberale, laico, socialista, radicale. Con la consapevolezza che si tratta di sinonimi. Se fino a quarant'anni fa era giusto dire liberalsocialista ecc. ecc., per come si è sviluppata la storia politica, culturale, scientifica, il problema a questo punto è tra chi fa l'opzione con l'illusione autoritaria e chi ha l'illusione liberale, libertaria.
Ritengo che la storia abbia dimostrato che l'illusione perversa dell'ordine autoritario e autoritariamente mantenuto si è rivelata sbagliata e che abbia dato ragione a quelli che si sono fidati della lentezza della libertà, della responsabilità delle sue contraddizioni ma che fan-no sì che poi il cammino sia compiuto senza che produca il caos finale come nei regimi comunisti, nazisti, fascisti.
Per concludere dunque i filoni socialista, liberale, radicale ecc. - che ho richiamato - sono esattamente la stessa cosa: sono sinonimi. Il credente ha oggi, storicamente come connotato la laicità e il laico ha come connotato la religiosità. Quindi i credenti e i laici, i socialisti e i liberali non sono i riferimenti. Il messaggio è a chi arriva, non è riservato alle macerie che sono pure nelle nostre storie. È l'annuncio di un avvenire. L'annuncio che commuove, che ci commuove, con i nostri patrimoni culturali, con le nostre diversità. Noi oggi siamo un campione della gente. Se vedo la gente fatta da giovani di 15 anni, per i quali già esiste una comprensione, so che ci capisce anche negli eccessi.