Occidente e terrorismo

Sotto gli occhi dell'Occidente

articolo di Geppi Rippa

Qual è stata la reazione dell'Occidente (paesi europei, America, Canada, ecc) dopo la strage riuscita a Londra del 7 luglio 2005, dopo quella fallita del 21 luglio e quella tragica di Sharm el Sheikh? In Europa, per la prima volta sembra essersi avvertita una reazione comune al pericolo terrorismo, anche se solo sul terreno specifico dei livelli di sicurezza più alti. Certo, i tempi e le modalità si diversificano paese per paese (in particolare in Francia, Germania, Italia oltre che in Gran Bretagna). Il terrorismo non sembra più essere letto come un problema solo americano. Un primo livello di compattezza nel vecchio Continente, che prelude ad un diverso atteggiamento comune dell'Occidente nella lotta al terrorismo?
Indubbiamente il quadro sembra essere completamente trasformato rispetto a quanto era successo dopo l'11 marzo 2004 ad Atocha (Madrid). Se qualcosa è mutato - e i fatti dicono questo - un merito particolare sembra essere di Tony Blair a cui taluni attribuiscono "la guida del risveglio". Ma i dubbi restano e le tentazioni nazionalistiche - irreali e velleitarie - pure.
Un fatto emerge con assoluta chiarezza dopo gli attentati di Londra dello scorso 7 luglio. La minaccia terroristica ha creato una situazione paradossale: dobbiamo avere la consapevolezza che una guerra ci è stata dichiarata. "The Economist" scriveva che nessuna autorità può affermare di essere in grado di garantire una sicurezza completa. Forse l'autorevole settimanale ha voluto trovare una qualche giustificazione per le autorità del suo paese in un momento doloroso e difficile; forse ha voluto confermare una verità.
Sappiamo comunque per certo che esiste, di fronte al genere di attacco che subiamo, una precondizione di carattere politico e morale che riguarda tutti i cittadini. Occorre di-mostrare che la vita continua, che l'attacco terroristico non consegue il risultato sperato: quello di gettare lo scompiglio nell'avversario, di in-durlo alla resa. Questo moltiplicherebbe le azioni terroristiche.
Molte le analisi sviluppate su questa drammatica situazione. Nello scorso luglio il "Corriere della Sera" ha pubblicato un documento di Robert S. Leiken, direttore dell'Immigration and National Security Program del 'Nixon Center', che scriveva:

"Il Pentagono è in guerra nel Medio Oriente per cercare di fermare gli attentati contro gli Stati Uniti.E anche se "Fox News" e "Cnn" sono preoccupate che i terroristi riescano a entrare nel Paese attraverso i confini con il Messico nascondendosi tra gli immigranti illegali, il crescente incubo dei funzionari del Department of Homeland Security sono le persone munite di passaporto, ovvero quei mujahidin che non hanno bisogno di vi-sto poiché provengono dai Paesi dell'Europa Occidentale alleati del-l'America".
In una sua opinione sempre sul Corsera (La pericolosa tentazione di un'immunità nazionale) Marta Dassù sottolineava:
"...sull'antiterrorismo, un'Unione Europea già in crisi verticale ce la farà o si frantumerà definitivamente. Il nostro problema specifico, in-fatti, è che gli jihadisti non vengono da 'altrove', come nel caso degli Stati Uniti; sono già qui. Dal punto di vista americano, il tentativo di esternalizzare il rischio può anche avere un senso, almeno in teoria: meglio combattere il terrorismo in Iraq, creando quasi artificialmente un fronte convenzionale di guerra, che non farlo nelle strade di New York. Per gran parte degli europei, l'Iraq sembra invece una distrazione pericolosa: il rischio è già parte integrante delle nostre città.In realtà, sia la propensione americana (combattere il nemico all'esterno) sia quella europea (concentrasi all'interno) rischiano di essere il-lusorie, se dimezzate.".

Si tratta di una valutazione che apre in modo drammatico il problema della presenza in Europa di estremisti islamici, che nulla hanno a che vedere con gli arabi e che vanno contrastati - come ha ricordato il premier inglese Tony Blair - proprio con l'aiuto degli arabi "europei".

In Europa i musulmani sono il 4-5 per cento della popolazione. Le strategie che i Paesi europei hanno adottato per integrare questa va-sta comunità (15-20 milioni circa) sono state diverse da un punto di vista culturale e operativo. Eppure nonostante la stragrande maggioranza sia integrata, si può affermare che i modelli "liberali" del Continente hanno fallito nell'integrazione dei musulmani.Ora subiscono la rivolta della seconda generazione. Oggi l'Europa è assediata da fascisti jihadisti esterni ed interni. I primi - scrive ancora Leiken - sono imam radicali che facilmente passano le frontiere in nome del diritto d'asilo dopo essere sfuggiti a provvedimenti antifondamentalisti nei loro Paesi d'origine; i secondi sono quei giovani disoccupati ed emarginati (la seconda generazione appunto) delle periferie parigine e londinesi (ma anche milanesi) che sono oggi "attratti" dalla causa della jihad. Questo un primo spaccato dei pericoli che l'Occi-dente e l'Europa in particolare si trovano a vivere.
Ma nella individuazione delle cause devono essere tracciati anche altri elementi. Se il terrorismo è la firma del fascismo jihadista, non va dimenticato che esistono Stati fallimentari (in particolare nel Medio Oriente), che sono statalisti, autocratici, illiberali, intolleranti nei confronti delle donne e delle altre religioni. "Qualche volta - sottolinea Victor Davis Hanson, su "National Review Online" - si tratta di regimi teocratici, come quello dei talebani o l'attuale Iran dei mullah.

Ma il più delle volte si tratta di dittature, come quella siriana, quella pakistana, quella saudita, quella egiziana, che, invece di riformarsi, scendono a compromessi con i terroristi, in modo più o meno marcato, per deviare la rabbia delle loro opinioni pubbliche contro l'Occidente e gli Ebrei". Questo è il laboratorio in cui si coltivano i germi dell'integralismo islamico, un male che potrà scomparire solo quando le dittature che ne permettono la crescita periranno. Ovunque essi siano, in Iraq, in Euro-pa, così come negli Stati Uniti, tutti gli jihadisti condividono la convinzione malsana che qualcun altro (l'Occidente decadente, oppressore e infedele) è responsabile della loro miseria e arretratezza, invece del fondamentalismo, delle menzogne e dell'intolleranza diffusi nel Medio Oriente.
I leader occidentali condannano il terrorismo nello stesso modo in cui fanno appelli per "eliminare la povertà" e per "portarli a cospetto di un giudice", come se gli jihadisti e i loro protettori fossero dei semplici criminali capricciosi e poveri. Occorrerebbe invece grande compattezza di tutti; occidentali e arabi. Alle autorità comunque spetta il compito di alzare il livello dei comportamenti, con compostezza e dignità. Tony Blair sembra determinato in questa direzione.

Le recenti tragedie di Londra e di Sharm el Sheikh hanno riaperto le polemiche sulle modalità per affrontare il terrorismo: problema di estrema complessità che non conosce a breve soluzioni certe e definitive. La polemica ha investito soprattutto la costruzione delle mo-schee e i rapporti fra istituzioni culturali italiane e islamiche, fatti en-trambi estremamente auspicabili, esposti a rischi di grande rilevanza, in quanto non è raro il caso che imam che gestiscono moschee e teologi e giuristi islamici di chiara fama siano anche teorizzatori del terrorismo ed esaltatori del martirio dei kamikaze (proprio rispetto a queste situazioni in Inghilterra sono state realizzate nuove leggi per l'introduzione di nuovi reati).
In particolare la proposta di costituzione di una Consulta dei musulmani ha posto il problema della scelta dei consultori. e i buoni non è che manchino. Il fatto è che alla radice del problema sta, come spesso accade, una questione di natura culturale, nascente dalla convinzione di molti - radicalmente errata - che il dialogo possa sostituire i mezzi repressivi. La questione ha attinenza con il problema dello "scontro di civiltà", cioè di una contrapposizione ge-neralizzata tra mondo islamico da una parte e mondo cristiano dall'altra: semplificazione piena di pretenziosità, ma ingenua e sbagliata. Perché la guerra dichiarata dal fondamentalismo islamico all'Occi-dente è soltanto un aspetto del problema.

In realtà il fondamentalismo islamico, come ampiamente dimostra la repressione interna iraniana e il terrorismo in Iraq, individua il pericolo reale non tanto nell'Occidente, quanto all'interno del mondo islamico stesso. È la paura dell'avanzata della democrazia nel mondo islamico che principalmente arma la mano dei terroristi: l'Occidente è il modello della democrazia, cioè dello scetticismo, del relativismo, dei facili costumi, della laicità dello Stato e del godimento dei diritti da parte di tutti, quale che sia la fede professata.
E in Iraq sono state tenute delle elezioni, è stata eletta un'assemblea costituente che sta approvando una costituzione non confessionale. Il rischio per le teocrazie islamiche è gravissimo. E i fermenti nel loro mondo sono sempre più pronunciati. Il dialogo con il mondo islamico, che per gli occidentali rappresenta un gesto di fratellanza e di comprensione, uno strumento per attenuare lo scontro e per legare tanti musulmani ai nostri valori, quelli cioè delle democrazie occidentali - ed è quindi insieme anche un mezzo di difesa e di promozione del sistema e del metodo democratico - per il fondamentalismo islamico rappresenta un mezzo di lotta del nemico, che aumenta il pericolo della sconfitta. Il dialogo allora è certo uno strumento indispensabile e irrinunciabile per le democrazie occidentali e in questo senso è uno strumento di lotta al terrorismo, ma proprio per questo stimola ancor di più la reazione terroristica. Forse è duro doverlo ammettere, ma non sembra si può negarlo.

La tesi emerge in modo chiaro e inequivocabile: "Voi europei non riuscite a capire che l'unico vero modo per combattere il terrorismo fondamentalista è promuovere la democrazia nel mondo arabo. In-vece vi ostinate a stringere accordi con i dittatori". È Hisham Kassem che parla, direttore dell'unico quotidiano indipendente egiziano "Al Masri Al Youm", quello che potrebbe essere definito un vero e proprio quotidiano liberale.
Le sue parole - nette e chiare - le ha pronunciate qualche giorno fa al convegno tenuto presso il monastero di San Nicolò al Lido di Venezia. Un forum promosso dall'associazione "Non c'è pace senza giustizia" nel quale erano stati chiamati a raccolta un centinaio di giornalisti e intellettuali arabi liberali per discutere di democrazia, accesso ai media, partiti politici e società civile nel mondo arabo. Tutti all'unisono hanno ribadito, sia pure da diverse prospettive ed esperienze: la diffidenza che gli occidentali nutrono è che a loro avviso gli arabi liberali non esistono. Dicono di essere liberali, ma.

Gli avvenimenti di questo tragico luglio di terrore testimoniano quanto drammatico sia lo scontro con il terrorismo fondamentalista islamico. Ma anche fanno emergere la diversità d'interpretazione tra li-berali arabi e occidentali circa il modo di rapportarsi ai forsennati leader del fondamentalismo islamico. Magdi Allam sul "Corriere della Sera" di lunedì 25 luglio ribadisce quanto precaria e superficiale sia da parte occidentale, la filosofia di un finto dialogo con l'Islam, quando questo si sviluppa - trascurando l'intellettualità liberale araba - con quelle istituzioni islamiche che, di fatto, sono degli strenui apologeti del terrorismo suicida.
Lo stesso Magdi Allam ci ricorda ancora come, in linea con quanto affermato, si registrano strani collegamenti tra Occidente ed Islam, non già con i filoni liberali, ma con i capi delle istituzioni che legittimano il fondamentalismo suicida. È il caso di Mohamed Sayed Tantarwi, massima autorità teologica dell'Islam sunnita, che non manca di spronare al martirio contro il nemico occidentale e sionista, e che pure vie-ne giudicato idoneo a sovrintendere ad accordi tra l'università del Cairo 'Al Cazar' e cinque università italiane.

Come mai non sono gli intellettuali liberali identificati come i nostri interlocutori? Essi ci sono e incominciano ad essere tanti. I ragazzi arabi di seconda generazione nati in Europa o negli Stati Uniti spesso hanno una personalità scissa in due: sono integrati nella vita quotidiana, ma a casa vivono la vita del loro paese d'origine, come ci ricorda Anna Barducci Mahjar anche in questo numero di "Quaderni Radicali". "Questi giovani si pongono molte domande sulla loro identità che percepiscono come debole. Si rafforzano e trovano risposte al proprio status nel cosiddetto 'Em-powerment' che l'Islam offre loro. Questa situazione è abusata e strumentalizzata dai fondamentalisti. Sono quindi proprio loro, i figli dell'immigrazione, che hanno bisogno di sentire la voce della nuova élite degli arabi liberali per poter essere fieri della propria identità". ".L'Islam non è il problema, è l'estremismo islamico ad esserlo. Di una religione, del Cristianesimo, dell'Ebraismo, si può fare e selezionare quello che si vuole e come ogni religione l'Islam ha avuto molte facce durante la sua storia. L'Islam liberale, l'Islam illuminato è la soluzione". Partiamo da lì e manteniamo ferma la nostra barra di civiltà giuridica, di libertà e di fermezza nel rispondere alla domanda legittima di sicurezza dei cittadini.
"Nelle dottrine terroristiche bisogna riconoscere una versione delle stesse visioni del mondo apocalittiche e paranoiche che in passato avevano animato il totalitarismo europeo." - scrive Paul Berman nel suo libro "Terrore e liberalismo" (Einaudi 2004). ".Il disastro umanitario già provocato in enormi regioni dal totalitarismo in abiti musulmani, disastro a danno soprattutto degli stessi musulmani.

Sulla nemesi del terrorismo c'è da osservare che la cosa che esso teme, disprezza e vuole distruggere non è la filosofia del capitalismo sregolato, ma il liberalismo. La filosofia della libertà, e la pratica della libertà". Il liberalismo che permette alla gente di pensare come crede, che tiene la Chiesa e lo Stato in sfere separate e rifiuta di imporre una dottrina o una verità onnicomprensiva su qualsiasi aspetto delle attività umane. "Dividere le due coste dell'Atlantico è l'obiettivo dei fondamentalisti che detestano Spinoza e Voltaire. Se la guerra in Iraq è ancora colma di pericoli l'idea che gli americani debbano cavarsela da soli è una trappola non meno pericolosa" - ha scritto lo scrittore e professore di Diritti Umani al 'Bard College' di New York, Ian Burum.

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