È successo davvero.
A Napoli, nell'elegante edificio della Facoltà di Economia e Com-mercio, nella litoranea via Partenope, ci sono più di cinquecento signore. Forse anche il luogo ha suggerito loro quell'ostentato atteggiamento di pretenziosa eleganza e di serioso impegno intellettuale. Vi sono state accolte da una quindicina di hostess, già rifocillate con bevande e brioches perché possano sostenere l'impegnativa giornata. C'è un importante convegno sulle Pari Opportunità. Madrina la compagna, da gennaio scorso moglie nuova, del Presidente della Regione, Anna Maria Carloni. Infaticabile. Chi spulciasse tra le sue ca-riche e incarichi la considererebbe superiore a sant'Antonio. Per l'affare dell'ubiquità. Purché tutto sia sotto controllo.
Al solito, gruppi di lavoro controllati dalle capogruppo. Le signore, dopo aver discusso tra loro per un paio d'ore, stanche per la fatica, si rifocillano con un coffee break, servito da una decina di camerieri. Poi riprendono il lavoro con più lena. Alle ore tredici, il pranzo. E ancora lavoro, solo con l'intervallo di un tea break, fino a sera, alla cena ufficiale. Splendida. Vi partecipa anche qualche marito. D'altronde la Regione è munifica.
Il giorno dopo, la stessa storia. Sempre a lavorare, cioè a parlare del lavoro delle donne tra vari break lunch. Gli argomenti sono già stati trattati. Ma si sente la necessità di parlarne ancora.
Infine il costoso e solenne convegno partorisce il risultato. Nient'affatto nuovo: siccome le donne devono essere incoraggiate e sostenute nel lavoro, occorrono più asili nido.
È successo davvero.
Negli stessi giorni, sempre a Napoli, incontro un'amica. È imbufalita. Se l'è dovuta fare a piedi. Era dovuta scendere dall'autobus. C'era un blocco stradale. Fatto dalle donne dei popolari Quartieri Spagnoli, che protestavano. Chiedevano un asilo nido. Che gentaglia, mi dice l'amica. Incivili. E c'erano pure degli uomini. Camorristi.
"Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse: 'Datemi una barca'. La casa del re aveva molte porte, ma quella era la porta delle petizioni. Siccome il re passava tutto il tempo seduto davanti alla porta degli ossequi, ogni volta che sentiva qualcuno chiamare da quella delle petizioni si fingeva distratto, e solo quando il risuonare continuo del battente di bronzo diventava, più che palese, chiassoso, togliendo la pace al vicinato (cominciavano tutti a mormorare: 'Ma che razza di re abbiamo noi, che non risponde') solo allora dava ordine al primo segretario di andare a informarsi su cosa mai volesse il postulante.".
Così José Saramago ne Il racconto dell'isola sconosciuta. Ci dice di un cattivo re e di un popolo che ha imparato questo: solo facendo chiasso si può ottenere qualcosa dal tiranno. (Che infatti concede la barca). A Napoli, anche il popolo lo aveva imparato. Ma ora all'Autorità democratica il chiasso non basta più. E si comporta nel modo che vi ho raccontato, tanto la gente chiassosa, o esasperata?, è camorrista.
Camorristi ce ne sono davvero. E si uccidono l'un l'altro. Tanto che sono diventati un caso nazionale. A Scampia, quartiere periferico napoletano, "i morti di Scampia" sono quasi un tormentone. Sono soprattutto giovani. Basta che si uccidano tra di loro, ho sentito dire tante volte.
La fruttivendola ora è vestita di nero. Suo figlio, un giovane camorrista, è stato ucciso. Lei ha il volto impietrito dal dolore mentre si muove, con fatica, continuando a servire i clienti e a pesare le arance. Un'altra donna, il volto pallido e smagrito, le si avvicina e si sporge a dirle dolcemente: "Solamente io vi posso capire, pure il figlio mio.".
Anche i camorristi sono figli di mamma.
Camorristi ce ne sono davvero. Tutte le Autorità s'impegnano a combatterli. Per esempio, Bassolino, da sindaco, bloccò la costruzione, facilitata dalla legge Tognoli, di garage sotterranei, perché gestita da imprese accusate di camorra.
Ora i parcheggi sono sulla strada e ingombrano il traffico. Li gestisce la Napoli Park. Che è peggiore, dicono, dei parcheggiatori abusivi, che almeno l'auto te la guardavano. La legalissima azienda è esentata dalla custodia delle auto, ma abilitata a esigere euro 1,50 l'ora e a infliggere multe.
Per arrivare a Scampia ti consigliano di usare l'auto. Mezzi pubblici efficienti non ve ne sono. E le strade lì intorno sono deserte. Con l'auto, si passa per Secondigliano, anch'esso quartiere periferico e "camorrista", dove anni fa ci fu una voragine che portò vari morti e accuse al Comune, che era stato avvertito del probabile imminente disastro. Ma si era distratto. Negli stessi giorni si ebbe l'incendio del teatro La Fenice. Il presidente della Republica Scalfaro accorse a Venezia. Anche lui si distrasse. Dimenticò Secondigliano. Vi andò il sindaco Bassolino in forze. E fu fischiato. Vi andarono gli inermi neoborbonici portandovi fiori e la bandiera del Regno che fu. La bandiera rimase per mesi, rispettata da tutti, a ricordo. I neoborbonici distribuirono volantini e uno slogan: "Ci trattano una schifezza ma non siamo una schifezza". I ragazzini sugli scooter, quelli considerati camorristi in erba, facevano il giro della piazza per andare a prendersi un pezzetto di carta.
"Dicono che sono poveri, eppure quasi tutti i giovani lì hanno il motorino", dicono i benpensanti. Spesso a Scampia, se non avessero quel motorino, i giovani potrebbero fare solo il giro dell'isolato o delle Vele. Scampia è una prigione. Le sue sbarre il deserto che vi è intorno.
A Madrid, sotto Aznar, il sindaco inaugurò le nuove linee metropolitane: 100 chilometri in 4 anni. In quasi 10 anni, a Napoli, sono stati inaugurati solo 4 chilometri di queste linee ferroviarie. Che erano state progettate, finanziate e iniziate già negli anni precedenti. Se ne sono aggiunti, poi, altri pochi chilometri. E la metropolitana è arrivata alla periferia, o meglio alla periferia della periferia.
Ma la metropolitana napoletana ha avuto un gran battage pubblicitario. Per le stazioni. Che, evidentemente, non hanno niente a che fare con la possibilità dei cittadini di muoversi più agevolmente. Ma queste sono ornate da costosissime "opere d'arte". Sono venute le Autorità, pure Prodi e Ciampi, a vederle.
Dopo che le stazioni erano state costruite, Francesco Caruso, proprio lui, il "disubbidiente" noglobal, fu pagato dal Comune per fare un'importante indagine: le stazioni con le opere d'arte erano piaciute ai napoletani? Che fine ha fatto la tua relazione, gli domandai. Una co-pia sta nel cassetto della Iervolino, le altre due in altri cassetti, credo.
Il giudizio di un esperto? Che quelle opere spesso di artistico non hanno nulla, sono troppo costose e per la maggior parte inadatte. Che la loro scelta, quindi, è stata stupida. Che sarebbe stato meglio spendere quei soldi per avere qualche chilometro di strada ferrata in più. Che la più adatta e intelligente opera ornamentale della metropolitana napoletana è la piacevole decorazione ceramica di una stazione periferica, quella di San Rocco, realizzata, coordinando i suoi alunni, da una preside, Maria Cristina Gallo Rizzo. Gratis.
Neppure della linea metropolitana tutti i napoletani sono contenti. I signori del Vomero lamentano che così sono arrivati nel loro quartiere anche quei camorristi della periferia.
Camorristi. Li si può vedere anche al centro città i "camorristi" della periferia. Sono anche quelle donne che vengono da Secondigliano, dalle case popolari della 167, da Scampia, per andare a servizio, a cinque euro l'ora, o a fare le commesse o negli uffici. Le si vede alle fermate degli autobus, ad aspettare il mezzo che non arriva. Ne devono prendere due o tre di mezzi. E ci impiegano ore.
"Lavoro? Alcuni vanno al centro città, a fare dei lavori, lavori umili, s'intende", dice alla tv don Vittorio Siciliani, da 36 anni parroco della chiesa della Resurrezione, a Scampia. La sua parrocchia è tra le case popolari di costruzione più antica. C'è qualche negozio e un mercatino. Ma più lontano, ci sono le Vele . Si ergono come enormi sculture su una piana disabitata. Si incominciò a distruggerle, ma la gente vive ancora lì. C'erano campi coltivati un tempo, dice don Vittorio.
Don Vittorio è un uomo schivo. Ma negli ultimi tempi è apparso spesso sui media. Anche su RaiUno e La 7 e, per tre domeniche mattina, dal 20 febbraio al 6 marzo, su Canale 5. Ora interviste non ne concede più, quasi spaventato per il clamore suscitato dalle sue dichiarazioni. Aveva onestamente descritto la vita dei "vivi di Scampia".
I vivi di Scampia sono quelli trasferiti qui per abitare le case popolari e si sono accresciuti di numero con l'arrivo di milleduecento famiglie a cui il terremoto del 1980 aveva distrutto le case. Venivano tutti dai quartieri popolosi del centro di Napoli e avevano abitato tra le antiche pietre, nel luogo dove i loro antenati avevano vissuto per millenni. (E che oggi sono invasi dagli immigrati). Loro, napoletani, ne sono stati sradicati, allontanati. Emarginati.
C'è un rapporto tra le devianze sociali e l'urbanistica. Perché intervenire su quest'ultima "non è operazione che riguarda solo l'aspetto fisico della città; inversamente, attacca il suo tessuto sociale, lo squilibra, ne mette in forse la capacità di autoregolazione, lo mina alle fondamenta, lo stravolge." Così scrive il sociologo Giovanni Persico (La città dismessa - Tullio Pironti editore - marzo 2002), che aggiungeva: "Io conosco un'urbanistica che significa intervento sulla città in rapporto ai bisogni della gente e che attraverso ipotesi possibili, con lungimiranza creativa, intervenga per migliorare la qualità della vita dei cittadini." Il contrario di quanto viene fatto per i cittadini napoletani. L'architetto Gerardo Mazziotti ("QR" n. 89) ha precisato che l'urbanistica non è opera degli architetti ma dei politici. A loro ne compete la responsabilità.
Don Vittorio, il parroco di Scampia, prima di farsi prete era studente di architettura e si può dire che da allora non ha mai smesso di cercare di tamponare i drammi derivati da un errore urbanistico, Scampia. La sua intelligenza, che è notevole, i suoi pensieri, il suo tempo, i suoi averi, il suo caritativo spirito di accoglienza, molto napoletano, lo ha dedicato a questo. Alla gente di Scampia.
La parrocchia della Resurrezione è molto frequentata ed è animata da molti laici. Ci si fa doposcuola ai ragazzini, teatro, musica, vi sono stati creati dei laboratori per la lavorazione della creta e del vetro, vi si insegna a usare il computer. "Ma dopo?", si domanda don Vittorio, "A questi ragazzi non possiamo offrirgli alcun lavoro".
E questo è il punto. Occorrerebbero delle commesse per i prodotti di questi laboratori, che così potrebbero ingrandirsi, come è successo in alcune comunità di ex-drogati. E in questo caso sarebbe più semplice, perché si tratterebbe di prevenire: l'uso della droga e il suo commercio. Di salvare tanti giovani da un destino che sembra loro assegnato, quello di camorristi. Gli aiuti ora potrebbero venire dalla riforma scolastica Moratti, che prevede la frequenza di laboratori da parte degli alunni delle scuole. Se ci fosse la volontà politica, sarebbe possibile.
Occorrerebbero aiuti pubblici e privati. Di quei privati che non guardano vicino a sé e si lasciano incantare dalle campagne pubblicitarie per gli aiuti al Terzo Mondo. Aiuti che poi a volte si perdono nel lungo cammino per raggiungere Paesi lontani. E forse perciò ce ne sono tante di queste campagne e sono così convincenti.
Conosco alcune insegnanti delle scuole di Secondigliano e di Scampia. Affermano che lì i ragazzini sono svegli, che c'è un ambiente caldo di umanità, che non cambierebbero scuola. La stessa umanità che si ritrova nell'Oasi del Buon Pastore, una sorta di appendice della parrocchia della Resurrezione, dove si riuniscono le donne del quartiere, per aiutarsi l'un l'altra, per cercare di risolvere i problemi familiari, per formare una società solidale. Pure loro sono state intervistate da Canale 5. "Hanno contatti anche con i camorristi?", domandava l'intervistatore. "E perché no, quei ragazzi li conosciamo da quando sono nati, non ne abbiamo certo paura".
In quanto ai politici, hanno espresso le loro doglianze per i morti ai vivi del quartiere ma non hanno mai evidenziato che Scampia è un errore urbanistico. Qui sono venuti, oltre il Papa, anche massime Au-torità come i presidenti della Repubblica Cossiga, Scalfaro e Ciampi. Hanno detto che, per risolvere il problema della camorra, occorre l'impegno degli abitanti. Brevi visite. Poi se ne sono andati. Con le loro promesse.
"Veramente soldi pubblici ora sono pure venuti", dice don Vittorio in tv, "ma non so che fine abbiano fatto". La sua affermazione ha suscitato un certo scandalo. Ma non in tutti i napoletani. E neppure nei lettori di "QR", che hanno tante volte letto tra le righe del direttore Giuseppe Rippa come i fondi che arrivano a Napoli servono a incrementare il blocco di potere che opprime questa città.
Don Vittorio va in giro in motorino. Quando deve andare a dire Messa fuori zona, a volte vi si presenta con qualche vivace ragazzino di Scampia, che, al posto del classico incensiere, tiene tra le mani il casco e ha il capo eretto, un sorriso orgoglioso e gli occhi felici. Forse non diventerà un camorrista.
(da Quaderni Radicali 90 marzo/aprile 2005)