I pressanti processi di trasformazione e cambiamento relativi ai vari ambiti della nostra cultura "sfidano" sempre più la psiche individuale e collettiva, in quanto le vicende umane si muovono su piani diversi che continuamente si intersecano: realtà psichica e realtà fattuale, percezione e fantasia, immagini individuali ed immagini collettive, mondo interno e mondo esterno. Infatti, ciò che ha luogo nella mente e ciò che accade tra individuo e mondo esterno ed il loro costante intrecciarsi sono state variamente rappresentate in modelli, teorie, linguaggi da cui sono scaturiti differenti approcci clinici. Mentre le psicologie del profondo affrontano con le loro metodologie il disagio individuale, che in quanto esperienza soggettiva è irriducibile a qualsiasi generalizzazione, invece le neuroscienze indagano sulle strutture e funzioni del cervello in termini di oggettivazione e generalizzazione, che travalicano la valenza del senso soggettivo dell'esperienza dell'individuo.
Questo è stato il tema del convegno "Sfide della Clinica e delle Neuroscienze: la Psicologia Analitica nel mondo che cambia", organizzato dalla sede di Napoli dell'Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e svoltosi a Napoli il 23-24 ottobre 2004, in cui si è verificato l'utile confronto e dialogo tra psicologie del profondo e neuroscienze, tra livello soggettivo dell'esperienza umana e livello oggettivo della ricerca scientifica, in modo tale che l'interazione tra i due differenti approcci produca nuovi strumenti per affrontare le attuali forme, individuali e collettive, del disagio psichico e del malessere esistenziale.
A Silvana Lucariello, psicologo analitico junghiano dell'Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA) e relatrice al convegno abbiamo chiesto:
Quale psicologia analitica nel mondo che cambia?
La psicologia analitica introduce nel patrimonio della conoscenza la rappresentazione della cultura legata alle potenzialità di ciascuno. Mi spiego meglio, rifacendomi a Jung, che ha dato al suo orientamento di pensiero e di ricerca il nome appunto di psicologia analitica. Jung si è a fondo interrogato non tanto sulla definizione di struttura psichica, quanto sull'urgenza di afferrarne il senso che egli scopre nell'inarrestabile gioco degli opposti, unificati nella e dalla funzione simbolica, all'interno di un processo, la vita stessa, in continuo moto energetico. La topografia della psiche, da lui ampliata ed arricchita con l'idea dell'inconscio collettivo e degli archetipi, modelli che affondano le loro radici nel patrimonio primitivo arcaico di ogni etnia e cultura, appare come lo sforzo di emancipare la psiche da un terreno naturalistico per inquadrarla in una dimensione storica e culturale: cultura come capacità di creazione simbolica che si innesta nelle strutture funzionali della dimensione umana.
L'intuizione junghiana che "Il soggetto riflette un mondo non più di quanto un mondo non riflette un soggetto", credo che consegni alla psicologia analitica lo statuto di ricerca cosmologica oltre che psicologica e la ponga al centro del discorso sul mondo che cambia. Inoltre, la sostituzione da Jung operata dal metodo causale a quello finalistico lo ha problematicamente obbligato - nel corso della sua indagine teorica e clinica - a chiedersi quale sia il significato di ogni evento interno ed esterno dentro un'idea unitaria della realtà che vede psiche-materia non come differenziate. Questo suo filone di pensiero ha aperto tematiche che alimentano e vitalizzano una nuova cultura psicologica all'interno di un mondo che cambia , affiancandosi alle più moderne ipotesi di studio , tra cui le neuroscienze.
Quale dialogo tra scienze cognitive e psicologie del profondo?
Proprio il fatto che l'idea centrale del pensiero di Jung di unus mundus, cioè l'idea unitaria della realtà (per cui psiche e materia non si differenziano in maniera schematica) - fondamentale riflessione ed elaborazione epistemologica del suo pensiero -, assuma voce e consistenza in uno spazio in cui soggetto e oggetto, interno ed esterno, psiche e mondo sono fondamentalmente una cosa sola, tutto ciò avvicina proprio le psicologie del profondo - specie quella junghiana - ai contributi delle neuroscienze, che stanno da tempo approfondendo il complesso legame tra dimensione somatica e psichica, tra cervello e coscienza, arrivando finora ad un crocicchio problematico, abilmente sintetizzato dalle ultime parole della relazione presentata dalla collega Patrizia Montella al convegno, che riferisco:
"Sappiamo ancora dall'esperienza clinica, che questo livello di interazione e legame tra individui, che possiamo definire implicito o inconscio, in realtà non può essere spiegato con gli strumenti oggettivanti della scienza e spesso neanche colto e compreso con lo strumento interpretante delle psicologie del profondo: poiché appartiene alla sostanza di cui siamo fatti: in sé né fisica, né mentale, ipotizzano Solms e Turnbull: inafferrabilmente psichica possiamo dire."
Quali sono le nuove forme-individuali e collettive del disagio psichico?
Se è vero che "il soggetto riflette un mondo non più di quanto un mondo non riflette un soggetto", è vero anche per Jung che nel disagio individuale e collettivo bisogna cogliere anche i segni di processi di trasformazione in atto nel tessuto sociale in quanto, come scriveva nel 1912: "Il conflitto individuale si rivela conflitto generale dell'ambiente che lo circonda e del suo tempo. La nevrosi è, dunque, in realtà null'altro che un tentativo individuale di risolvere un problema generale". Forse oggi assistiamo all'avanzare di nuove forme di psicopatologia individuale che riflettono in qualche modo un disagio-messaggio che proviene dal collettivo e che è connesso alla nostra attuale organizzazione sociale e culturale; questa è tra l'altro caratterizzata dalla mancanza di attesa, dalla difficoltà a contattare le emozioni, dalla perdita delle differenze. In un'epoca in cui regna sovrana la scienza sperimentale e la tecnologia, che produce trasformazioni ad opera dell'uomo stesso (vedi i risultati della chirurgia estetica, della manipolazione genetica ecc.), in cui ogni cosa può essere trasformata e confusa con altro, si assiste alla perdita delle differenza. Se nulla è differito, ciò produce il venir meno dell'importanza delle cose, se tutto si può trasformare, non c'è niente che porti in sé una sua distinzione, in quanto tutto è anche il suo contrario. Perciò, venendo meno le differenze, perdono energia anche le emozioni, movimenti che dall'interno - spostandoci dal punto in cui siamo - danno il senso a ciò che ci attraversa nella vita. Oggi c'è il tendere ad una normalità in cui l'apparire, l'immagine e l'assenza di attesa sembrano vietarci la possibilità di soffermarci su noi stessi, sui nostri limiti, sulle differenze, non ultima quella legata alla vita ed alla morte. Noi viviamo in un'epoca che sembra aver paura di contattare questo, che mira a sconfiggere ed a negare il mistero della vita e quello della morte. Probabilmente le nuove forme del disagio psichico possono bene inscriversi in questa mancanza di attesa e di silenzio, che ostacola la possibilità di riappropriarsi di quello spazio intra ed intersoggettivo che restituisce un'attribuzione di senso e di differenza alla nostra vita. Del resto Jung si esprime approfonditamente sull'importanza del senso della vita, specie alla fine della sua vita, quando mette in risalto che senza il senso l'uomo non può vivere.
(da Quaderni Radicali 88 novembre/dicembre 2004)