Mediterraneo, mondializzazione, mercati, mafie

Mezzogiorno d'Italia

articolo di Giuseppe Rippa

Un'ottocentesca profezia storica sosteneva che le società arretrate mostrano a quelle avanzate l'immagine del loro futuro. "Per il nostro Mezzogiorno invero - scriveva Raffaele De Cesare (La fine di un regno, Napoli 1869) - l'esaltazione momentanea e l'incorreggibile credulità furono in ogni tempo la cagione storica delle facili mutazioni di dominio e delle molte incoerenze e debolezze morali, che oggi col sistema rappresentativo hanno mutato forma soltanto." (Proemio alla seconda edizione / Lettera alla duchessa Teresa Ravaschieri Fieschinata Filangeri).

I giorni nostri sembrano riproporre questo schema. In una società dipendente e assistita (i cui caratteri si sono ovviamente trasformati nel tempo), le analisi possono essere sempre le stesse. La provenienza esterna del reddito, l'assenza di azione a tutela dei propri interessi (leggi il saggio di Raimondo Catanzaro, L'assenza di azione collettiva nel Mezzogiorno in Classi e movimenti in Italia; Editori Laterza), il permanere di caratteristiche sociali pre-moderne che darebbe luogo al prevalere, nella società meridionale, dell'etica del familismo amorale (è la tesi di E.C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata; Il Mulino); gli aspetti clientelari tradizionalmente presenti in modo pervasivo nel Mezzogiorno (L. Graziano nella voce Clientelismo in Il mondo contemporaneo, scriveva che la società meridionale è stata storicamente caratterizzata da un processo di incompiuta razionalizzazione capitalistica). In particolare, sarebbe rimasta nel Mezzogiorno una concezione violenta, feudale, particolaristica ed esclusivistica dei rapporti di potere politico. Tra le teorie proposte nel tempo sulle ragioni dell'arretratezza strutturale del Mezzogiorno non sono mancate quelle imperniate sull'analisi del rapporto tra centro e periferia. In particolare merita di essere ricordata in questo contesto quella di Anton Blok (The Mafia of a Sicilian Village 1860-1960, Waveland Press) secondo il quale ".al momento della formazione lo Stato italiano non ha avuto la capacità di esercitare il monopolio della violenza legittima sulla periferia meridionale. Ciò ha determinato un profondo gap di comunicazioni tra il centro e la periferia. Per colmare tale gap lo Stato ha delegato il monopolio dell'ordine ai latifondisti, ai signori della terra. Ciò ha fatto emergere un sistema centrato sull'esercizio della violenza privata come forma di controllo sociale.".

Molti, non senza ragioni, si sono concentrati su quello che può essere definito la dominanza del sistema partitico. Si potrebbe dire che con il tramonto della cosiddetta Prima repubblica, questo si è logorato. Ma è tesi da non pochi contestata, considerando che la personalizzazione del sistema politico stesso non ha allontanato i caratteri di dominanza deviante indicati. Nel secondo dopoguerra il sistema dei partiti si è evoluto, nel Mezzogiorno, in direzione del clientelismo burocratico e di massa. Una serie di autori - richiamati sempre da Raimondo Catanzaro (Allum, Tarrow, Caciagli, il già citato Graziano) sostengono una ipotesi interpretativa così definita: il mass patronage è fondato sulla distribuzione particolaristica di risorse dal centro alla periferia. In tale distribuzione assumono una funzione cruciale i partiti di massa e le associazioni volontarie che ne costituiscono la costellazione. Questo ha trasformato il Sud in una società dipendente? Si, la condizione di società dipendente del Mezzogiorno (non pochi autori e analisti fanno propria questa interpretazione, vedi Ada Collidà, Augusto Graziani, E. Pugliese) è stata determinata dal continuo flusso di sostegni finanziari esterni, da parte dello Stato. Tale erogazione di flussi finanziari ha determinato la formazione di un gruppo sociale parassitario, la borghesia di Stato o classe di regime, che usa il proprio potere di aprire e chiudere i rubinetti di erogazione delle risorse per cementare (o tentare con la pressione di fare) il blocco sociale che domina e produrre disgregazione sociale nei gruppi subalterni. Chi può negare che, valutate le mutazioni formali, la base strutturale di questo modello non sia rimasta identica?

La politica dei sussidi agli individui e dei trasferimenti alle famiglie (pensioni e varie altre forme di assistenza sociale), politica che ha caratterizzato l'intervento dello Stato nel Mezzogiorno, ha determinato un'alterazione delle caratteristiche dell'offerta di lavoro. L'intervento pubblico ha svolto - secondo una certa teoria - una funzione protettiva attiva della società "debole" di fronte all'impatto del mercato con le sue caratteristiche potenzialmente distruttive. Si tratta di sostanzialmente di una tesi giustificativa dei meccanismi clientelari coi quali si è inteso principalmente assicurarsi il controllo sociale. Che hanno tutt'altro che fornito, attraverso l'erogazione delle risorse in modo paternalistico e spartitorio, una funzione che permettesse alla società di difendere i suoi tradizionali equilibri per inserirli gradualmente nei nuovi meccanismi di mercato. I nuovi mediatori sono stati e restano concretamente una cappa occupatrice e irresponsabile. Altro che difesa dei valori tradizionali. Questi ultimi sono stati adattati al modello clientelare e le istituzioni sono diventate strumenti di manipolazione del mercato e della politica. Ciò potrebbe spiegare perché siano ancora, pur nel quadro di modernità, rimasti ben vivi comportamenti caratterizzati da scarsa partecipazione, bassi indici di reale associazionismo produttivo e diffuso clientelismo. Cruciale ai fini del comportamento clientelare dei partiti - e oggi delle lobbies politico-istituzionali-personalistiche -, e della conseguente sollecitazione clientelare degli elettori è la disponibilità di risorse legate fondamentalmente al controllo della burocrazia e sugli apparati e dello Stato. Nel Mezzogiorno d'Italia - divenuto oggi il territorio più povero d'Europa, essendo stato superato dal Portogallo e dalla Grecia - è saltato un momento fondamentale per una popolazione: quello dell'edificazione e della costruzione durevole di una società individualistica di mercato quale è stata conosciuta nelle civiltà industrializzate.

Eppure il segretario generale del Censis, il prof. Giuseppe De Rita, nel momento in cui gli viene richiesto di descrivere i problemi che vede per l'Italia (intervista ad Aldo Cazzullo per il "Corriere della Sera" del 9 dicembre 2005) dice:
"Siamo un Paese dal grande patrimonio e dal pessimo conto economico, con molta ricchezza mobiliare e immobiliare e pochi consumi e investimenti . C'è un'Italia che mondialeggia, che porta mozzarelle per i turisti a Luxor e vende in Cina jeans prodotti in Corea; eppure nei convegni si ripetono tipo mantra parole come innovazione, formazione, conoscenza, scuola. Nel frattempo perdono colpi due motori del nostro sviluppo: l'energia sociale, che ha generato l'industrializzazione; e la soggettività individuale, che ha partorito il sommerso, il localismo, il 'piccolo e bello'".
In fondo è solo questa l'ispirazione di tutti gli interventi intrapresi a suo tempo negli anni di governo dall'Ulivo e che ora l'Unione ripropone, senza tener in nessun conto i dati reali. La colpa più grave del governo Berlusconi è stata, per l'appunto, nell'incapacità di farsi promotore di una svolta neo-ghibellina il cui tratto essenziale avrebbe dovuto essere che la stabilità sociale si fonda sulla ricaduta collettiva dell'estrisecarsi delle capacità individuali. Il pensiero ghibellino sostituisce all'idea del popolo come 'gregge di pecore' quella del popolo come 'torma di lupi'. Dotato sì di una sua coesione autodifensiva, e di una sua forma di solidarismo, ma basata sulle capacità individuali di affermazione e sulla protezione che scaturisce dall'alone della 'forza' che i giovani del branco trasmettono agli altri.

E lo stesso de Rita sottolinea, proprio in questo numero di "QR", che nel Mezzogiormo esiste una ampia potenzialità di soggettività indivuduale su cui poter operare. Dove avviene allora il punto di frattura? La società industrializzata di mercato (con tutti i suoi limiti nell'intero territorio nazionale), dalle banche, all'industria, alla finanza, con le sue caratteristiche di individualismo, non ha informato di sé il Mezzogiorno. I tentativi di intervento post "Cassa per il Mezzogiono" sono di fatto falliti. Basti pensare, ad esempio, alla legge n° 95 del 1995 che è la riformulazione della più nota legge n° 44 del 1986, il cui obiettivo era di favorire la nascita di nuove imprese costituite da giovani di età inferiore ai 36 anni non compiuti: una legge studiata per avviare la creazione di nuove imprese, da parte di giovani, nei settori della produzione di beni in agricoltura, artigianato, industria e nella fornitura di servizi alle imprese; oppure alla legge 488/92, concernente il rifinanziamento della legge 1 marzo 1986, n. 64, recante disciplina organica dell'intervento straordinario nel Mezzogiorno. La causa del fallimento? Forse i mediatori, sorti proprio nelle dinamiche legislative. Quei mediatori, vecchi e nuovi, che hanno assunto il compito di colmare il gap di comunicazioni tra centro e periferia, ma in particolare nell'erogazione dei flussi di denaro nelle varie forme in cui lo Stato interviene e provvede alla loro distribuzione (contributi alle imprese, sussidi alla produzione, agricola e non, trasferimenti alle famiglie). Le figure di questi mediatori sono rimaste sostanzialmente le stesse: imprenditori politici sia come amministratori pubblici che come uomini di partito o ai loro gruppi affiliati; intermediari professionali quali ad esempio i liberi professionisti e oggi la classe accademica; intermediari socio-sindacali (sindacalisti, patronati, ecc.). La funzione onnicomprensiva e onnipervasiva di questi mediatori ha tutt'altro che informato e aiutato il Mezzogiorno a recuperare il ritardo come società industrializzata di mercato. Essi hanno contribuito decisivamente a caratterizzare la società meridionale come società in cui si è pienamente sviluppato il mercato politico della peggiore specie. Il crescente intervento dello Stato ha fatto gonfiare una borghesia di Stato politico-amministrativa, burocratico-amministrativa e finanziaria o presunta tale (banche ed enti erogatori dell'intervento straordinario). In questo modo, il sistema della mediazione garantisce - così come sostiene sempre Raimondo Catanzaro - la perpetuazione del dominio politico e il suo occultamento sociale. Questo vecchio e nuovo sistema di dominio sociale, tramite l'esplicazione delle funzioni di distribuzione, è oggi messo in crisi dalla crisi del welfare State, ma non intende mollare le proprie strutture di privilegi e ancor di più costituisce la causa del blocco di ogni cambiamento, anche di quello che potrebbe giovarsi della domanda di soggettività individuale del Mezzogiorno, che è messa nella impossibilità di agire. Il nuovo sistema di dominio sociale è incapace, ma vorace. Incapace di dare prospettive e di avere un'intelligenza progettuale, ma si muove con mille tentacoli creando reti diffuse di complicità che coinvolgono quasi tutta la società. Si tratta di un'azione politica scellerata, pronta solo a creare un sistema estremamente articolato e complesso di privilegi relativi ai gruppi, ai sottogruppi, alle famiglie e agli individui che restano avviluppati in un generale e ammorbante meccanismo di corrosiva paralisi e di subentrante impotenza e demoralizzazione. La cronaca, fuori da tentazioni pessimistiche, si incarica di fotografarci lo stato delle cose. Ecco cosa scrive nel mensile del Corsera, "Stile", Giancarlo Macaluso nella sua rubrica "Questioni meridionali":
"Sembra incolmabile la differenza di qualità delle prestazioni sanitarie fra Nord e Sud. Una donna malata di cancro al seno se si cura in Val d'Aosta nel 73 per cento dei casi subirà una quadrantectomia (la resezione di una porzione della mammella); in Calabria, invece, nel 67 per cento dei casi subirà l'asportazione totale. Il registro tumori di Ragusa riporta una sopravvivenza per il tumore alla vescica del 31 per cento, contro il 71 per cento della media italiana. Sono i risultati di uno studio coordinato da Ignazio Martino, forse il chirurgo italiano oggi più celebre nel mondo. Uno che per qualche tempo ha lavorato in Sicilia credendo di poter migliorare le cose. Poi ha dovuto fare i bagagli e tornare in America. Si è arreso anche lui. La sanità al Sud, è un caso senza speranza".

Dobbiamo arrenderci a questa ultimatività che la cronaca ci consegna?
Qualche tempo fa Renato Brunetta, con una buona dose di ottimismo privo di fondamento propositivo, ha espresso un affondo critico contro l'assistenzialismo autodistruttivo del Sud, proponendo una ricetta fatta di tempo, risorse e "tanta determinazione di volontà politica non ondivaga per portare nell'area, con i necessari incentivi di mercato, classe dirigente qualificata e forte, in aiuto a quella buona (a livello politico, burocratico, economico) che già c'è, ma che da sola non ce la fa, in sostituzione di quella antagonista, connivente con la malavita parassitaria che finora l'ha fatta da padrona.". La sensazione è che del Mezzogiorno si continua a parlare senza che venga messo a fuoco il vulnus più grave che lo attraversa: la sua mancanza di prospettiva strategica. Le regioni meridionali, collocate in un mare dove i maggiori eventi del nostro tempo accadono, nel bene e nel male, non sono assolutamente in grado di elaborare una strategia che sappia sfruttare questa immensa opportunità geografica. Non è possibile darsi una progettualità che partendo da questa condizione strategica, sappia prefigurare una visione geopolitica della sua funzione e agganciare ad essa tutte le opportunità commerciali, sociali, economiche, umanitarie che costituiscono l'anima, le contraddizioni, le necessità del nostro tempo. Da tutti i punti di vista, sia strategico-politico che economico-commerciale.

"L'evoluzione sociale appare dotata di una certa avarizia nell'inventare forme nuove, ma soprattutto nel disfarsi delle vecchie. Rapporti sociali inventati secoli prima vengono ripresi e inseriti, talvolta con funzione analoga, spesso con funzioni profondamente modificate nelle strutture costituite da rapporti sociali nuovissimi" (Luciano Gallino, Occupati e bioccupati Il Mulino). Lungi dall'assomigliare ad un organismo uscito da un sapiente disegno , la società meridionale - con tutte le sue appendici malavitose e degenerative - appare come il prodotto di un lavoro perpetuo ma più simile a un bricolage casuale, realizzante soluzioni ora ingegnose, ora manifestamente maldestre, che tuttavia si sorreggono a vicenda e in qualche modo assicurano la sopravvivenza di questo sistema di arretratezza. Si può immaginare una visione strategica e rivoluzionante con obiettivi che superino ad un tempo ambiguità e contraddizioni e diano un segno di prospettiva possibile?

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