Che fare, allora? "Abolirlo", questo Mezzogiorno, come da tempo sostiene Gianfranco Viesti? E cioè "abolire le politiche speciali per il Mezzogiorno, in quanto diverse da quelle che si attuano nelle altre regioni del paese [...] [respingere] la tentazione ricorrente di ricostituire istituzioni speciali, con procedure speciali per politiche speciali"? Accettare l'idea - facile da condividere - che il Mezzogiorno soffra in maniera più che proporzionale - in quantità e in qualità - dei limiti dell'intero paese? E nient'altro. Che il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione italiana diventi - e lo abbiamo visto! - nel Mezzogiorno ostacolo insormontabile al normale svolgimento della vita economica e civile? Che l'inefficiente e iniquo welfare italiano sia nel Mezzogiorno la fonte prima della cultura dell'assistenza? Che la rigidità del nostro sistema di relazioni industriali possa tradursi, nel Mezzogiorno, in livelli retributivi incapaci di riprodurre le condizioni locali del mercato del lavoro? Che la carenza pluridecennale di un disegno infrastrutturale coerente si concretizzi, nel Mezzogiorno, in ponti privi di strade di accesso e in reti carenti o fatiscenti? Che l'assenza di una cultura del mercato finisca per fare in non pochi casi del Mezzogiorno la terra di elezione delle rendite di posizione e delle resistenze corporative? E passare quindi a discutere più che delle "politiche straordinarie per il Sud... delle politiche ordinarie per l'Italia"?
O, invece, seguire il suggerimento recente di Carlo Trigilia e puntare sullo sviluppo locale come leva per sollevare non solo il Mezzogiorno ma addirittura l'Italia? E, quindi, prendere per buona l'ipotesi che la strada dell'innovazione passi per la capacità di costruzione sociale della stessa e cioè per la capacità dei contesti istituzionali locali di offrire un ambiente favorevole a partire dalle economie esterne materiali e immateriali (infrastrutture, servizi, ricerca, formazione, qualità sociale e urbana, reti cooperative e capacità di collaborazione fra attori privati e pubblici)? E, allora, investire sullo sviluppo locale come chiave, da un lato, per perseguire la cosiddetta "via alta" della competitività attraverso l'innovazione e, dall'altro, per ridurre i costi della redistribuzione a favore delle aree territoriali e dei gruppi sociali più deboli? Si aprirebbe così una strada plausibile alla ridefinizione del modello sociale europeo, a un nuovo equilibrio fra sviluppo e coesione. Seguendo questo filo logico, alle politiche "per slegare" - dalle liberalizzazioni alle privatizzazioni, dagli interventi de-regolatori nei mercati del lavoro e dei beni a quelli intesi a modificare e a semplificare l'ambiente istituzionale in cui operano le imprese - bisognerebbe quindi se non sostituire quantomeno associare e premettere le politiche "per connettere". Alla scelta di "fornire giusti incentivi ad attori isolati" bisognerebbe se non sostituire quantomeno premettere la scelta di investire sui "beni collettivi che si formano con la cooperazione fra soggetti".
Si tratta, in ambedue i casi, di tesi non prive di fascino e il cui interesse discende anche dal fatto che a proporle sono due fra i più acuti e originali studiosi del Mezzogiorno e due fra i più informati e autorevoli sostenitori dell'esperimento della "nuova programmazione". Leggendo, infatti, tanto le pagine di Gianfranco Viesti quanto quelle di Carlo Trigilia è difficile sfuggire alla sensazione che esse, in qualche misura, siano anche la conseguenza di una valutazione meno enfatica e più dubitativa di quella ufficiale circa i risultati di quell'esperimento. E, del resto, a un'attenta lettura le due proposte differiscono solo in apparenza. Più nell'enfasi che viene posta sui diversi argomenti che nella natura degli argomenti stessi. In ambedue i casi, infatti, non si negano - con maggior forza nel caso di Viesti, forse - l'utilità e la necessità di politiche di contesto che ridisegnino "l'azione dello Stato in un grande paese a capitalismo moderno" ma ad esse si associano - e nel caso di Trigilia, forse, si antepongono - "strategie di sviluppo locale disegnate e gestite da coalizioni locali pubblico-private" .
Ma - verrebbe da dire - dov'è la novità? Da dieci anni a questa parte non c'è provvedimento di politica regionale o documento di politica industriale che non contenga un riferimento esplicito alle politiche di sviluppo locale. Da dieci anni a questa parte l'organizzazione di convegni sullo sviluppo locale non conosce sosta e la burocrazia dello sviluppo locale è ormai parte integrante spesso struttura portante dei processi decisionali meridionali e non solo. Tanto da rendere francamente difficile seguire Carlo Trigilia nell'idea che "vi è un grande assente nelle analisi più diffuse e condivise: lo sviluppo locale". Al contrario, lo sviluppo locale è stato, sotto molti profili, il riferimento imprescindibile delle politiche di sviluppo degli ultimi anni con risultati - questo sì - francamente inferiori alle attese. Come non ricordare le straordinarie delusioni che hanno punteggiato le politiche di sviluppo locale nell'ultimo decennio? Sarà pure politically incorrect, ma i patti territoriali e i contratti d'area sono diventati ormai, nel linguaggio comune, le espressioni di un fallimento. Una valutazione forse ingenerosa ma, in media, non poi così lontana dalla realtà. Del resto, non c'è da meravigliarsi. Le ricerche empiriche più recenti sull'argomento non disconoscono l'importanza del capitale sociale (incorporato, per esempio, nel complesso di reti cooperative fra soggetti individuali e collettivi) ai fini della determinazione dei livelli di produttività, ma segnalano la dimensione tutto sommato modesta di questa relazione, certamente inferiore e pari, in termini quantitativi, a circa la metà di quella ben nota fra capitale fisico e umano e livelli di produttività . Le stesse ricerche sottolineano inoltre il rischio che le reti citate possano diventare troppo "dense" e cioè trasformarsi in gruppi d'interesse capaci di bloccare, piuttosto che di facilitare, i processi di innovazione. Un concetto che abbiamo incontrato a più riprese, e in forme diverse, nelle pagine precedenti.
Di contro, anche Carlo Trigilia converrà che le politiche "per slegare" hanno conosciuto solo una parziale e sempre più controversa cittadinanza nell'Italia dell'ultimo decennio. E infatti non c'è il minimo dubbio che il paese, e il Mezzogiorno in particolare, di riforme abbiano ancora estremo bisogno. Come del pane. E in molti campi.
Nel mercato del lavoro e nelle regole del welfare, per esempio. Quale che sia l'ottica con cui si guarda al Mezzogiorno, non si può evitare di notare, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, quanto esso sia oggi attraversato, assai più che negli anni Settanta e Ottanta, da flussi consistenti di giovani ventenni e trentenni, spesso dotati di un non indifferente capitale umano, diretti verso il Centro e il Nord del paese. Sono loro - accanto ai loro coetanei che rimangono e troppo spesso rimangono "sommersi" - i primi sintomi di malfunzionamento di un mercato del lavoro che ben pochi vantaggi ha tratto dalle scelte di politica regionale degli ultimi anni. Sono loro la modalità di aggiustamento più evidente - forse l'unica, accanto al sommerso - di un mercato del lavoro incapace di accomodare in altra maniera le differenze di produttività ancora presenti a livello territoriale. Sono loro che sperimentano - come e più di altri - i limiti di uno Stato sociale costruito per un'altra epoca e un altro mercato del lavoro. Sono loro che, risalendo la penisola, ci raccontano di quanta strada il paese abbia ancora da percorrere nella direzione delle riforme.
E allora, delle due l'una. O accettare le migrazioni interne come strumento di regolazione del mercato del lavoro (e quindi disegnare esplicitamente un welfare ca- pace di governare e accompagnare i fenomeni migratori interni) o riconoscere le segmentazioni del nostro mercato del lavoro e adattare ad esse i sistemi contributivi e gli schemi contrattuali. È un'alternativa non semplice, non c'è dubbio. Ma quale che sia la scelta, rimane confermata l'idea che il Mezzogiorno non possa che trarre vantaggio da riforme rinviate fin troppo a lungo. Che anzi il Mezzogiorno dovrebbe essere il primo a chiedere.
Quali, infatti, le implicazioni concrete di quella alternativa? Che cos'è, per esempio, un welfare capace di accompagnare i flussi migratori interni? È, per esempio, un welfare centrato sulle politiche abitative e attento alle gravi distorsioni che pervadono i mercati immobiliari residenziali. Non solo un welfare che si esaurisce nello stanziamento di risorse pubbliche e nel rilancio dell'edilizia pubblica, ma piuttosto un Welfare che sia in grado di ripristinare un tasso accettabile di mobilità nella società italiana. Preoccupandosi, per fare solo un esempio, del funzionamento del mercato degli affitti: un mercato che difficilmente potrà funzionare in termini accettabili fino a quando il termine "sfratto" non indicherà il momento conclusivo di un libero contratto fra parti private ma sarà sinonimo di un atto violento con elevato contenuto sociale (che tende, molto spesso, a tradursi in una transazione a contenuto monetario fin troppo privata). Non sarà facile avere un vero e proprio mercato degli affitti fino a quando il nostro Parlamento riterrà di intervenire sulla materia per bloccare legislativamente gli sfratti con regolarità degna di miglior causa.
E che cosa implica, di contro, adattare i sistemi contributivi e gli schemi contrattuali alle segmentazioni del mercato del lavoro? Rispondere in maniera convincente a questa domanda implica affrontare due fra le questioni più sensibili delle nostre relazioni industriali e cioè il tema della struttura della contrattazione e quello della rappresentanza sui luoghi di lavoro. Implica, per esempio - come hanno suggerito recentemente Tito Boeri e Pietro Ichino -, rivedere l'attuale (e squilibrato) rapporto fra contratto collettivo nazionale e contrattazione decentrata e passare a un sistema composto da: a) introduzione di un salario minimo (e cioè un livello minimo e inderogabile di retribuzione oraria) fissato per legge; b) introduzione di misure di decontribuzione che a parità di costo del lavoro possano consentire salari netti più elevati; c) possibilità che discipline diverse da quelle contenute nel contratto collettivo nazionale di lavoro possano essere stabilite da contratti regionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni o coalizioni sindacali "maggioritarie" . Sta alle parti sociali scegliere fra le due possibilità ma quale che essa sia, sarà pur sempre una scelta comunque preferibile rispetto all'attitudine paradossalmente iperliberista con cui lasciamo oggi - voltando pudicamente la testa dall'altro lato - che il mercato del lavoro trovi il suo equilibrio anche geografico.
Il mercato e la concorrenza, per fare un secondo esempio, sono ancora troppo spesso, in Italia, poco più che una parola. E il Mezzogiorno è il primo a soffrirne. Meno di due imprenditori meridionali su dieci pensano che nel Mezzogiorno la concorrenza non sia distorta e l'attività economica si possa svolgere liberamente nel mercato secondo le regole di quest'ultimo. Solo poco più di tre imprenditori su dieci ritengono regolari e corrette le assegnazioni effettuate nelle gare per appalti pubblici. Solo quattro su dieci considerano irrilevante la distorsione del mercato derivante dalla presenza di nuove imprese rese artificialmente competitive dalla natura opaca delle fonti di finanziamento.
Con il che, naturalmente, si finisce inevitabilmente per toccare un altro dei temi in cui il Mezzogiorno paga in misura spropositata per i limiti dell'intero paese: la diffusione ancora parziale della cultura della legalità. Non che il Mezzogiorno non si segnali ancora, nel panorama nazionale, per la presenza di fenomeni rilevanti di criminalità e in particolare di criminalità organizzata. Anzi . Ma la criminalità organizzata tende ormai a essere stabilmente presente sull'intero territorio nazionale e ad acquisire, in misura crescente, una dimensione sempre più transnazionale. In questo senso, il Mezzogiorno continua a registrare un forte radicamento della malavita organizzata - e quindi un rilevante svantaggio competitivo - in un quadro, peraltro, che richiede sempre più un'azione di contrasto con una prospettiva non solo meridionale.
E va da sé - per fare un quarto esempio - che nel Mezzogiorno vediamo esaltati i limiti strutturali del sistema produttivo italiano. L'insufficiente dimensione media delle imprese, in primo luogo, che spesso impedisce una capitalizzazione adeguata e un accesso al comparto dei servizi finanziari più moderni, che le costringe a una dimensione esclusivamente locale e le spinge a scelte anche delocalizzative unicamente mirate alla compressione dei costi, che limita la possibilità di ricerca e innovazione e rende sempre attraente la prospettiva del sommerso. Finanza, ricerca e innovazione (e quindi rapporti fra università e impresa), informazione del consumatore e tutela della specificità delle produzioni nazionali, fisco: questi i capitoli di un intervento riformatore da cui il Mezzogiorno avrebbe tutto da guadagnare e che dovrebbe mirare, da un lato, a ridurre i costi associati ai processi di crescita dimensionale e a rendere meno oneroso e più semplice il "salto nella trasparenza" spesso implicito nei fenomeni di crescita e, dall'altro, a creare le condizioni per una diffusione più ampia delle aggregazioni fra imprese.
E che dire - per fare un quinto e ultimo esempio - delle modalità di fornitura dei servizi pubblici e di pubblica utilità e, più in generale, del funzionamento delle pubbliche amministrazioni? Forse è sufficiente ricordare i risultati già citati delle indagini campionarie Istat sull'utilizzo di quei servizi e sul grado di soddisfazione degli utenti . E se quei risultati non fossero sufficienti basterebbe ricordare quanto emergeva - solo un anno fa - dalla ricerca condotta dal Formez sugli effetti della semplificazione e, in particolare, degli sportelli unici per le attività produttive. In breve: nella media nazionale, quasi sei imprenditori su dieci hanno riscontrato un miglioramento dei rapporti fra pubblica amministrazione e impresa a seguito dell'introduzione degli sportelli unici. Peccato che nell'Italia meridionale questa proporzione non vada oltre i147% e che nell'Italia insulare si fermi al 20% . E se anche questo non fosse sufficiente, i "nuovi programmatori" non dovrebbero far altro che guardare con attenzione nei loro cassetti: vi troverebbero una recente indagine, commissionata dal Servizio per le politiche dei fondi strutturali comunitari del dipartimento per le Politiche di sviluppo, finalizzata a conoscere l'immagine delle regioni meridionali presso gli operatori economici del Centro-Nord e di dieci paesi comunitari ed extracomunitari . Ebbene, da 1 a 10, l'idea che "le amministrazioni locali sono efficienti nel Sud Italia" riceve un entusiastico 4.
In questo contesto è difficile trattenere il sorriso quando si ricorda che fra gli obiettivi di fondo della "nuova programmazione" vi era, fin dal primo momento, quello di "creare le istituzioni". Mentre le amministrazioni centrali si sforzano di "creare le istituzioni", molti cittadini si accontenterebbero di un risultato assai meno rilevante, senza dubbio, ma non insignificante: quello di veder funzionare decentemente le istituzioni a cui, bene o male, sono oggi costretti a fare riferimento. Non è un caso, comunque, che "abolire" si sia rivelato così difficile. "Abolire il Mezzogiorno" significherebbe, infatti, provare finalmente a ridisegnare il sistema italiano dell'istruzione e della ricerca, riscrivere le regole del mercato del lavoro e dello Stato sociale, portare la concorrenza nei mercati in cui è ancora assente, fare il vuoto intorno alle tante regole e alle astruse procedure che spesso nutrono l'intermediazione politica e burocratica e impediscono un ruolo efficiente ed efficace del pubblico. Compiti non facili per nessuno e non a caso, infatti, nella sostanza tanto da destra quanto da sinistra si è finito spesso per fare un uso strumentale degli argomenti di Gianfranco Viesti. A destra, infatti, è stata tutta una corsa a contrastare il suggerimento di "abolire il Mezzogiorno" per poter così far dimenticare i tanti e quotidiani cedimenti alle richieste della Lega Nord o, per dirla diversamente, per poter fare una professione di fede meridionalista che nella presente congiuntura politica appare francamente assai poco credibile. A sinistra, invece, l'idea di "abolire il Mezzogiorno" è servita a molti per trovare o per provare a trovare un'apparente via d'uscita al dibattito ormai stucchevole, e che si trascina da tempo, sulle scelte per il Mezzogiorno dei governi della passata legislatura o, per dirla diversamente, per continuare a evitare di scegliere. A nulla sono valsi gli inviti a spostare il dibattito sul terreno del merito. Ancora una volta il Mezzogiorno si è rivelato un pretesto. Non era questa, certo, l'intenzione di Gianfranco Viesti ma non si può non osservare come non solo sia stata presa assai poco sul serio la possibilità di "abolire il Mezzogiorno" ma, purtroppo, quell'idea sia servita, ancora una volta, a non prendere sul serio il Mezzogiorno stesso. E infatti nella vita politica di ogni giorno piuttosto che "abolire il Mezzogiorno", si tende molto più semplicemente a "dimenticarlo" (per dirla con il Censis) o, meglio, a "rimuoverlo". La "rimozione" è, com'è noto, il processo per il quale un soggetto rende inconsci idee, impulsi o ricordi che sarebbero altrimenti fonte di angoscia o di senso di colpa. E del Mezzogiorno, infatti, si preferisce non parlare, non già perché non ve ne sia motivo ma perche troppo faticoso sarebbe - per molti e, purtroppo, in tutti gli schieramenti - ammettere i limiti e le difficoltà delle politiche per il Mezzogiorno. La "rimozione" conosce una sola, significativa, eccezione: la legge finanziaria. Un'eccezio ne eloquentemente bipartisan. Tanto a destra quanto a sinistra, la coscienza di molti si acquieta con una "determinata e irrinunciabile" richiesta di ulteriori risorse.
Detto questo, è bene dirsi con chiarezza che, però, laddove un intervento riformatore ha avuto luogo, l'intero paese ne ha beneficiato, e quindi anche il Mezzogiorno, ma le distanze fra esso e il resto del paese non si sono ridotte. Anzi, in non pochi casi si sono aggravate. Del mercato del lavoro - oggetto di importanti interventi riformatori nel corso dell'ultimo decennio - abbiamo già parlato. Così come dei risultati molto deludenti ottenuti sul versante delle iniziative intraprese in quello stesso periodo nel campo dell'istruzione. E qualche cenno è stato anche fatto a quanto poco abbiano inciso sulle distanze fra circoscrizioni gli interventi liberalizzatori e di tutela della concorrenza della seconda metà degli anni Novanta.
Ben venga, dunque, una nuova stagione di riforme. Ma non ci si illuda, per questa via, di riunire il Mezzogiorno al paese. Lo si renderà certamente migliore, il paese. In grado di mantenere un ruolo, non solo economico, in campo internazionale. Ma non necessariamente più omogeneo. Insomma, "aboliamo" pure il Mezzogiorno ma non illudiamoci così facendo di abolire le questioni che si celano dietro il dibattito sul Mezzogiorno e che non possiamo evitare di discutere nei loro termini più generali.
NOTE
1 - G. Viesti, Abolire il Mezzogiorno, Larerza, Roma-Bari 2003, p. XI. 83
C. Trigilia, Sviluppo locale. Un progetto per l'Italia, Laterza, Roma-Bari 2005. Le tesi di Carlo Trigilia sono state più recentemente riprese - e autorevolmente avallate - nel Libro Bianco a cura del Consiglio italiano per le scienze sociali intitolato Tendenze e poliliche delIo sviluppo locale in Italia (Marsilio, Venezia 2005).
2 - Tanto la prima quanto la seconda citazione sono tratte da Viesti, Abolire il Mezzogiorno, cit., pp. 124, 139.
3 - Per esempio, T.P. Lyon, Making Capitalism Work: Social Capital and Economic Growth in Ita1y, 1970-1995, Fondazione Eni Enrico, Mattei. Nota di lavoro 70.2005.
4 - Il che, naturalmente, non implica abbandonare del tutto l'enfasi sullo sviluppo locale che ha caratterizzato gli ultimi anni. Implica però la necessità di declinare diversamente un principio la cui attuazione ha riservato qualche luce ma certo anche non poche ombre. Per esempio, per il tramite di una politica per le città che non disperda il patrimonio del partenariato, concentrandone però le conseguenze e gli effetti lì dove forse è più urgente il bisogno. Dove più acuti si rivelano i limiti della presenza pubblica nel Mezzogiorno in termini di sicurezza, di quantità e qualità nell'erogazione dei servizi pubblici, di pianificazione di scelte complesse relative non solo al territorio urbano ma all'intera area vasta che lo circonda. Immaginando di fare delle città meridionali il luogo della competitività e della coesione.
5 - T. Boeri, P. Ichino, Salario minimo e decentramento della contrattazione, www.lavoce.info (si vedano anche, nello stesso sito, P. Ichino, Breve storta della contrattazione articolata; T, Boeri, R. Perotti, Perche è giusto introdurre un salario minimo in Italia); cfr, inoltre P. Ichino, Contratti un nuovo modello, in "Corriere della Sera", 111uglio 2005; Id., Tanti contratti la vera scommessa, ivi. 15 luglio 2005. E'interessante notare che, con alcune integrazioni, la proposta di Tito Boeri e di Pietro Ichino ricalca quella formulata, in occasione del vertice europeo di Lisbona del marzo 2000, da un gruppo di lavoro italo-inglese incaricato dall'allora presidente del Consiglio italiano e dal primo ministro britannico. La proposta, contenuta in un documento intitolato Welfare-to-Work and the Fight against Long-Term Unemployment, redatto da Tito Boeri, Richard Layard e Stephen Nickell, si scontrò immediatamente contro la più netta opposizione di parte del sindacato per ragioni solo in parte connesse al merito della proposta stessa.
6 - Censis, XXXVII rapporto sulla situazione sociale del paese, 2003, Franco Angeli, Milano 2003, pp, 631-38.
7 - Posto pari a 100 il totale nazionale dei delitti di criminalità organizzata nel 2003 (per abitante), il Mezzogiorno si colloca a 113 circa. La discrepanza è particolarmente visibile se si fa riferimento al sottoinsieme delle associazioni per delinquere (art. 416 codice penale) e delle associazioni mafiose (art. 416-bis codice penale), sul versante dei fenomeni di contrabbando nonché nel caso degli incendi dolosi e degli attentati dinamitardi e/o incendiari. In quest'ultimo caso, i fenomeni delittuosi costituiscono la spia della pressione estorsiva presente nelle regioni meridionali: si stima in circa il 70% la percentuale dei commercianti vittime dell'estorsione in Sicilia, in circa il 50% in Calabria, nel 40% in Campania e nel 30% in Puglia.
Il riferimento è all'indagine multiscopo dell'Istat, Aspetti della vita quotIdiana (novembre 2002:www.istat.it).
Sportelli unici e aziende collaborazione fallita, in "CorrierEconomia", 14 giugno 2004; Sud, la morsa della burocrazia sulle imprese, in "Il Sole-24 Ore", 23 settembre 2004.
Gli investitori stranieri bocciano il Sud, in "Il Sole-24 Ore. Sud", 4 febbraio 2005. Dall'indagine emerge un giudizio al di sotto della sufficienza per quanto riguarda l'interesse globale verso il Sud e la propensione a farvi investimenti. Sarà un caso, ma ai primi quattro posti nella graduatoria delle valutazioni degli opinion leaders intervistati si trova quel Mezzogiorno che nulla deve alle programmazioni {vecchie o nuove) o agli interventi della pubblica amministrazione: le località turistiche, il patrimonio artistico e culturale, il mare, le condizioni climatiche.