Racconti

Le voci angeliche

racconto di Maria Teresa Giuffrè

Il nome che portava non lo aveva scelto lei, naturalmente, ed ai suoi genitori non era rimasta altra libertà che di adattarvi un diminutivo, peraltro di uso comune, senza fantasia. La famiglia aveva continuato a rispettare le regole di una tradizione rigida, che non faceva neppure distinzione tra maschi e femmine. Tania, dunque, al posto di Gaetana. Non era certo un bel nome; sdrucciolo, duro e spigoloso, un legno secco, un rametto che si può rompere e non piegare. In fondo le corrispondeva, non poteva negarlo. Ma non tardò a scoprire, da sola e per sé sola, un ascendente che le parve subito una rivelazione. Oltre il limite del paradosso, poiché ritenne che la provenienza segreta del suo nome fosse Tanit, la più oscura e misteriosa divinità femminile del Mediterraneo antico. Dea della fertilità probabilmente, le erano dedicati i tophet, i santuari a cielo aperto dove venivano sacrificati i neonati. Lei stessa ne aveva visitati, aveva visto le piccole giare interrate dove si conservavano i cadaverini dopo il sacrificio. Voler legare al suo nome il ricordo di un rito tanto crudele non si giustifica razionalmente. Tania era sempre stata spinta da forze emotive incontrollate, non le era mai stato facile chiarire a se stessa le proprie attrazioni, sempre nella direzione dell'ambiguità, sempre ossessive e totalizzanti.

Non era più giovane ora, la dea Tanit lontana, e lei da un po' di tempo si sentiva incalzata. Non poteva meravigliarsene troppo, riteneva di essere preparata da un pezzo, da quando, alcuni anni addietro, aveva appreso qualcosa a proposito del suo cuore. Aveva trasformato subito il 'qualcosa' in un'immagine, il suo modo di tradurre, o il tentativo di rendere innocui i frammenti di realtà con i quali, vivendo, si è costretti via via a fare i conti. Senza eccedere in precisione, lei che soleva trovare piacevole rifugio nelle costruzioni minuziose, aveva collocato nella zona centrale del suo corpo un oggetto color rosso acceso, spesso e morbido, simile nella forma a quello ben noto come "cuore di Gesù" nei santini che fino alla metà del secolo scorso erano molto diffusi. Se ne trova ancora qualcuno nei mercati antiquari di periferia, tra le pagine di vecchi libri di preghiere sformati dall'uso, sopravvissuti a coloro cui appartenevano, messali e breviari mille volte sfogliati da mani delicate di vecchie suore, o rustiche e nocchiute di poveri parroci di campagna, arrossate dall'acqua e dalla polvere quelle di casalinghe anziane e devote. Un cuore rosso senza la corona di spine, il suo - non aveva mai avvertito punture - ma era certa che avesse la fiamma, ben evidente, in alto, al centro delle due curve. Perché a volte la sentiva emettere un calore improvviso che le affocava tutto il corpo, e la immaginava allora, diventare aggressiva, dividersi in più lingue guizzanti, per poi riprendere innocua la solita, modesta dimensione. In più, quell'oggetto-cuore non aveva una posizione fissa, si spostava di frequente, saliva verso la gola, o faceva all'improvviso un tuffo in giù. Insomma si faceva sentire, non voleva essere dimenticato; bussava con tonfi riecheggianti in cerchi concentrici sulle pareti del torace, rallentava i battiti comunicandole un dolce sfinimento, sfarfallava, (anche di alucce lo aveva visto qualche volta arricchito nei santini); una sensazione quasi piacevole, lo sfarfallio, se non per il lieve sgomento che gliene restava. Il peggio, ma meno frequente, era quando si trasformava in nemico. Non poteva definirlo altrimenti, perché erano i momenti in cui capiva bene che non lo aveva collocato lei bonariamente nella zona centrale del proprio corpo, ma era lui di fatto il padrone: da quella postazione la dominava, la soffocava, la squassava, le annebbiava la vista, appesantiva come piombo le sue braccia e le gambe, la sfiniva.
Gli episodi si facevano più frequenti e non le lasciavano troppe illusioni.
Certo, la sua vita continuava a scorrere sui binari consueti, un po' più lenta l'andatura, più confusi i pensieri, più faticosa l'organizzazione della giornata, più deludente l'abituale consuntivo della sera. Non mancava di sorridere quando si trovava a sommare tanti 'più' per ottenere un unico 'meno'. Le sue riflessioni, però, non portavano tutte a un risultato inequivoco come quello delle somme e delle sottrazioni. Cominciava a mettere in dubbio, senza averne l'intenzione, criteri di giudizio fin lì mai modificati, come se persone, comportamenti, circostanze avrebbero potuto suggerirle anche valutazioni diverse. Ora scopriva di guardare gli altri a partire dal loro punto di vista anziché dal suo come aveva fatto sempre. Non ne vedeva, per questo, mutato l'aspetto, ma intuiva che la propria nuova instabilità, la perdita delle certezze avrebbe cambiato profondamente ogni suo rapporto con la realtà, forse lo avrebbe capovolto (come il suo cuore, che però, finora, era sempre ritornato nella posizione normale). Correva dei rischi, ora vinceva il timore ora il coraggio di affrontarli. Aveva avvertito alcuni segni lungo un suo percorso quotidiano, sempre uguale. Sui gradini di una chiesa sedeva un mendicante singolare, compreso della propria compostezza dignitosa. All'avvicinarsi di un passante - il posto era abbastanza isolato - iniziava la richiesta di elemosine con una serie di inchini, di sorrisi e inflessioni di voce degne di un impeccabile cameriere in un ristorante di lusso. Disgustoso e inquietante. Ne aveva paura. Si sentiva costretta a cambiare marciapiedi per non avvicinarlo, se non le era possibile gli passava accanto con falsa indifferenza, un artificio, un tentativo di annullarne la presenza, goffo ma sufficiente a bloccare la rappresentazione, già in pieno svolgimento. Senza averlo deciso, un giorno aveva provato a guardarlo sottecchi ed era bastato per averne in cambio una risposta di tutto il volto illuminato per aver ricevuto una straordinaria dichiarazione di amicizia davvero da entrambi non prevista. Potrebbe essere solo uno sciocco, pensò, non sembra pericoloso.
Da allora, pur senza essersi mai fermata per allungargli una moneta, non aveva più evitato il marciapiede. Si vedevano a distanza, si sorridevano quasi contemporaneamente, si scambiavano un 'buon giorno' con uguale garbo. Di mezza età, i capelli neri ricci e unti di grasso, gli occhi vivaci tra ottimismo e disincanto, appena scuro di pelle, di età indefinibile, il mendicante era forse un immigrato. Nient'altro che un mendicante. Non le venne mai in mente di definirlo 'un uomo', le categorie legittimavano per lei una scala di valori rassicurante perché assegnava a ciascuno il proprio posto. La discutibile tesi sociologica non mancò di produrre effetti pratici perché le consentì di sopprimere dal suo itinerario mattutino un'altra deviazione. Era destinata a scansare un essere indefinito, accoccolato come una palletta, proprio all'angolo del marciapiedi con lo spigolo di un palazzo imponente la cui facciata principale dava sulla grande piazza. Sarebbe stato più comodo costeggiarlo, ma quella strana forma era sempre lì, dove chiaramente trascorreva anche la notte, una macchia che qualcuno aveva dimenticato di cancellare, piccola e nera, come si poteva scorgere a distanza, mentre si sgomitolava con movimenti lenti e disordinati. Era una giovanissima negretta scheletrita. Solo di tanto in tanto sollevava il capo e mostrava occhi grandi, ancora vellutati ma già persi, vaganti nel vuoto con dolcezza indifesa. La stessa Tania, se avesse osato di uscire da sé, avrebbe voluto rassicurarli tentando di rispondere alla domanda che non erano più in grado di lasciar affiorare. Senza alcun possibile riscontro la osservava ormai ogni giorno ed ogni giorno assisteva ad un fenomeno sorprendente. Quel corpicino consunto, infagottato in un gran numero di stracci informi, visibilmente sudici, si dedicava di volta in volta, con una cura ed un compiacimento evidenti, ad un piccolo accessorio di abbigliamento custodito in una grossa busta di plastica che teneva accanto, e usava ora per sgabello ora per cuscino. Un giorno aveva calzato un paio di ballerine rosa con i lacci di raso che brillavano al sole, un altro aveva fermati alla vita i suoi cenci con una cintura a larghi anelli di metallo, una borsetta rivestita di strass colorati le era rimasta in grembo per quasi una settimana, curata e carezzata come un figliolino neonato, e da ultimo una struggente cuffietta di velluto nero legata sotto al mento le incorniciava il visetto smunto con una falda bordata di merletto, adornandole la fronte di un diadema che la trasformava magicamente nella icona in disuso della piccola fiammiferaia. I movimenti delle mani, del corpo, tutta la delicatezza che la creatura metteva nell'adattarsi addosso quel che aveva inesplicabilmente scelto nella busta o che dal fondo era emerso casualmente durante il rimestìo nervoso delle sue mani, mostravano i meccanismi di un ricordo persistente ed univoco, una consuetudine a cui però gli occhi non partecipavano, per quel loro sguardo che continuava a rivolgersi altrove.
Tania era orgogliosa dei propri progressi. Le pareva di aver tolto alcuni paletti alla rigida recinzione del suo territorio, aveva abbassato le difese, ridotto le esclusioni inserendo il mendicante e identificandolo con il saluto quotidiano, si era costretta quasi a sfiorare ogni mattina la negretta tagliando per il fianco del palazzo di cui quella fungeva da pietra angolare. Se quest'ultimo fosse proprio un progresso non avrebbe potuto dire: restava nella bambola nera l'interrogativo indecifrabile che la turbava. Non poteva più cancellarla, perché ne aveva percepito nel profondo l'esistenza, ma non trovava uno spiraglio per la comprensione, né, oltre la ragione, aveva strumenti per accettarla. Da quando si sentiva incalzata, l'ansia, l'urgenza di capire per dominare la paura, erano cresciute. Spesso, negli ultimi giorni, le pareva che il suo cuore avesse perduto l'aspetto solido, del primo disegno era rimasto solo il color rosso, liquefatto in due rivoli caldi. Risalivano, risalivano da una parte e dall'altra della gola, premevano per uscire a fiotti, chi sa? dalle orecchie o dalle narici, come acqua da un mascherone secentesco. La sua ossessione prendeva la forma dalla nuova immagine, grottesca. Il medico interpellato cercò di tranquillizzarla, aumentò di numero alcune gocce, altre ne sostituì, la invitò a distrarsi come poteva.
Non riusciva a rallentare il ritmo dei suoi pensieri. Tentò di renderli più innocui riprogrammando le scadenze di vari lavori e, per un omaggio ironico al mascherone, anticipò una ricerca su alcuni particolari architettonici del barocco romano.
Tania era molto diligente e percorreva da una parte all'altra la città storica per fissare rapidi appunti dal vero. La stanchezza che le procuravano le bizze del cuore la costringeva spesso a delle soste, quasi sempre in biblioteca. Le avvenne invece di entrare in una grande mostra, che non riguardava direttamente il suo lavoro, ma ai suoi stessi occhi la giustificava, dedicata com'era alle "corti del barocco".

Non aveva pensato che li avrebbe ritrovati, ma già dalla soglia seppe che era lì per loro e l'appuntamento occulto, quasi un presagio, la spaventò. Si sentì trascinata velocemente indietro, in un tempo che, almeno emotivamente, credeva di aver dimenticato, riviveva intatta l'ebbrezza della sontuosità, degli abiti di tessuto prezioso, ricamati in oro y plata, adorni di gioielli. Un ritratto del re, uno della regina, l'infanta bambina, i nani... bastavano per riportarla a corte, riammetterla alla presenza della famiglia sovrana che graziosamente le si ripresentava nei costumi noti. Madrid alla metà del '600, il vecchio Alcazar da secoli anch'esso scomparso, Felipe IV, Mariana d'Austria, i principi ereditari e gli infanti, le ultime generazioni degli Asburgo di Spagna, l'estrema discendenza di Carlo V imperatore, figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza. Aveva cominciato a interessarsi della vita a Palazzo per studiare nani e buffoni di corte, e per sfuggire alle loro opprimenti inferiorità aveva trovato rifugio nello splendore della dinastia sovrana. Ora, di nuovo con loro, i personaggi regali che aveva amati, girando lentamente lo sguardo dall'uno all'altro dipinto, dall'una all'altra figura, lentamente formulò una definizione sintetica e feroce della sua lontana avventura interiore. Una sola parola: "mostri", e le parve di aver firmato una sentenza capitale che li comprendeva tutti, perché orridi non erano i nani e i buffoni, non solo. Rimase doppiamente sbalordita e confusa: la palla rossa del suo cuore si era rimessa a fare le capriole e lei non capiva quale dei due sgomenti fosse causa dell'altro.
Il maggior merito di Velazquez - era lui il pittore di corte - era stato di mostrare le persone dietro i personaggi, e la loro tragica realtà ben visibile sui volti composti a rappresentare la dignità della carica. Eppure si era identificata a lungo con quelle creature che solo ora credeva di vedere così tristemente corrose nell'anima e nel corpo. Troppo la aveva attirata la rappresentazione del fasto che avvolgeva e nobilitava ogni loro infelicità. Di nuovo sentiva sprigionare intatta l'antica malia dalla testa di Mariana, di stupenda fattura, fiorita dal pennello del maestro più che da una improbabile realtà, una regina poco più che quindicenne, che la morte del cugino-promesso aveva reso sposa dello zio-re. Ma non minore era stato, ed era, il fascino dei ritratti di Felipe, numerosi, dai più giovanili a quello che ora le stava davanti, l'ultimo con grande probabilità, perché il re non consentirà oltre, al suo pittore, che ne tramandi la precoce decadenza. Né aveva mai dimenticato il principe Baltasar Carlos, l'heretero morto a diciassette anni, nelle figure di bambino compunto in veste di cacciatore, o spavaldo su un puledro scalpitante, di adolescente in costume di gala. Per anni aveva creduto di vivere con loro tra l'Alcazar e il Buen Retiro, di partecipare a spettacoli teatrali, a feste, a giuramenti di fedeltà, a lutti, occasioni di uguale magnificenza, distinte solo dai colori diversi degli abiti da cerimonia.
Eccolo, el rey, Felipe IV nella sua immagine più sconsolata, lo sguardo carico di contenuta infelicità sotto le palpebre pesanti. La sua persona e il suo regno sono una sola rovina, alleanze tradite, guerre perdute, il lusso polveroso della corte opposto alla miseria intollerabile del popolo dissanguato per mantenerla. Un disagio montante si trasformava per Tania in difficoltà di respiro: dietro le sue spalle, dalla parete di fondo, lo sapeva bene, le puntava addosso gli occhi un nano di corte, El Primo. Non era necessario che si girasse, tanto la sua figura le era familiare, tanto nota la sua tristezza onesta. Era contenta che ci fosse lui a rappresentare i buffoni della corte e non altri il cui misero aspetto, esibito, non cessava di procurarle una ripugnanza insuperabile. Uguale deformità, forse, esaltata dai nani e nobilmente dissimulata dai re. Deformità utilizzata dagli uni per assicurarsi a corte un benessere da spregevoli giullari, dagli altri rivestita d'oro nel tentativo illusorio di cancellarla. Forse anche lei, forse tutti gli umani nascondevano una natura deforme.
L'affanno del respiro aumentava, cresceva l'angoscia, l'oppressione le stringeva la gola. Raggiunse a fatica la stanza seguente e lì il sedile centrale non interamente occupato, sapeva che il malessere sarebbe passato presto, era la protesta ormai consueta del cuore quando lei si incaponiva a dipanare matasse ingarbugliate da troppi anni. Era rimasta ad occhi bassi solo pochi minuti, ma sollevandoli ebbe l'impressione di aver dormito a lungo e di essere stata svegliata da qualcuno che voleva richiamare con insistenza la sua attenzione. Lo sguardo e un ghigno feroce appartenevano a una testa dai colori accesi, carnevaleschi pensò, anche se di un carnevale tragico doveva trattarsi. Era Carlos II, l'ultimo infelice figlio di Felipe IV d'Asburgo, re dal suo terzo anno di età, ma ora adulto, forse ventenne, dipinto da Carreno de Miranda che non era certo Velazquez, e, sebbene obbligato come pittore di corte alla devozione più fedele, non era riuscito a nascondere le profonde alterazioni dell'infelice sovrano. Non resse alla vista di un grande occhio blù sconciamente puntato su di lei. Nelle sale della mostra la folla di visitatori ostacolava il suo sforzo di guadagnare l'uscita all'indietro per abbandonare al più presto un confronto devastante. Non era facile rompere il flusso della gente che seguiva un percorso ordinato e inavvertitamente la costringeva a mettersi da parte. Si trovò ferma tra due presenze ingombranti: da un lato la figura deprimente della regina Mariana in veste da vedova, il capo coperto dal velo nero, il volto pallidissimo indurito; dall'altro il giovanissimo re Carlos, suo figlio, in veste di Gran Maestro dell'Ordine del Toson d'Oro, forse il ritratto più crudele di tutta la dinastia degli Asburgo di Spagna, dove il contrasto tra l'investitura divina, il potere, la nobiltà, la ricchezza, ed il miserando essere umano costretto a rappresentarli era così stridente da provocare più ribrezzo che compassione. Tania raggiunse a stento la sedia vuota del custode nella prima sala e decise di aspettare che i tonfi del cuore si placassero o almeno diminuissero i loro sordi rimbombi alla gola, alle orecchie, alle tempie.

Rientrata in casa più tardi del solito, stanca, con un gran bisogno di riposo, era stata costretta, il giorno seguente, a trascorrere molte ore in poltrona, ancora visitata dai fantasmi, cercando di mettere ordine non sapeva se fuori o dentro di sé. Quei fantasmi, probabilmente, non erano incubi prodotti dalla sua mente alterata, ma piuttosto travestimenti di realtà la cui forza allusiva le era evidente mentre la comprensione continuava a sfuggirle.
Lo sgomento della sera precedente era giustificato. Le sorprese della mostra avevano avuto un seguito. Nel suo angolo era stata raggiunta da un nuovo incredibile segnale che non veniva dai dipinti, ma dalla folla, non dal passato, ma dal presente, stravolgendo anche l'ordine naturale del tempo e dello spazio.
Aveva riconosciuto a stento una carrozzina da invalido in una minuscola vettura dotata di comandi elettrici tra cui un discreto clacson. Tania distingueva solo una massa morbida di lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle di una figura femminile che indossava, le parve, un corpetto rosso guarnito al collo da un merletto bianco. Subito dopo fu visibile la parte posteriore della carrozzina, ricoperta da uno scialle anch'esso rosso, di damasco, drappeggiato con arte, quasi un addobbo processionale, del tutto anòmalo in quella sede. Sbalordita si alzò e, dopo alcuni passi, fu di fronte alla donna che procedeva a bordo. Era una nana, molto vecchia, con il volto coperto di fittissime rughe, tra le palpebre semichiuse due pupille nere lampeggianti di strana ironia. Vestita con grande accuratezza, non era più alta di un metro, in piedi, si appoggiava alla spalliera sorretta da una cinta; pigiava con le dita i pulsanti della vettura affrontando i visitatori con sguardi di sfida . Un accompagnatore giovane e laido le stava vicino e aveva verso di lei un atteggiamento servile e confidente che aggiungeva un tocco equivoco alla inverosimile apparizione.
Tania si chiedeva ancora se aveva visto davvero quanto ricordava, se aveva davvero avuto la forza di prendere un mezzo pubblico per tornare a casa ed uscire dall'incubo. Se una donna - giovane questa, vestita di nero, alta e snella, i capelli da paggio, biondo-ramati, il corpo efebico - che le aveva ceduto il posto in autobus, era reale o solo una maschera cangiante degli infanti di Spagna. Lungo il tratto breve che aveva percorso a piedi fino al portone di casa, la negretta, nel suo angolo sembrava la aspettasse, mostrandosi spavalda questa volta, irriconoscibile nel suo nuovo abbigliamento, jens e maglietta aderentissimi e grandi occhiali vistosi, lenti nere che rispecchiavano, nel tramonto avanzato, le prime luci della strada.
Quanti esseri umani fuori di lei, quanti suoi travestimenti lungo una vita, sempre in cerca di un'armonia perfetta, di un modello con cui identificarsi, di una bellezza in grado di cancellare ogni ombra con la propria luce.

Parecchi anni addietro aveva visitato distrattamente un convento di benedettine, non lontano dalla città. Le era rimasta la memoria della chiesa dove una grata fitta, forse in ferro battuto, forse in legno, nascondeva durante le celebrazioni la vista delle monache. Le aveva solo sentite cantare, voci angeliche, smaterializzate. Desiderò risentirle, quelle voci, per un bisogno urgente di placarsi nella vicinanza di altri esseri umani, necessaria, lo capiva, ma assai difficile da realizzare. La simbolica condizione di incorporeità data loro dal non esser viste, avrebbe diminuito il suo timore di specchiarsi in altri volti e allontanata la tentazione del giudizio con i suoi frequenti errori.
Era in macchina da quasi un'ora; per evitare il traffico in uscita dalla città aveva creduto di imboccare una scorciatoia e non trovava più la strada. Dapprima si era ostinata a non chiedere indicazioni, e quando, dopo lunghi e inutili giri decise di farlo, fu costretta a tornare indietro per oltre la metà del percorso. Riconobbe a distanza la sagoma del convento e se ne rallegrò.
"Manca un'ora alla messa - la informò la suora portinaia - ma può entrare nel parco, se vuole. Oggi si può, - aggiunse - è la festa del Corpus Domini".
Percorse stretti sentieri di terra battuta tracciati fra i tronchi di grandi acacie al colmo della fioritura. Una leggera brezza muoveva i grappoli fitti. Da essi si staccavano corpuscoli minimi, stami, pistilli, petali e scendevano ininterrottamente, ondeggiando impalpabili, avvolgenti, profumati. La cinta delle acacie sfociava in un'ampia radura dove macchie di erba alta, dal verde lussureggiante, screziato del rosso e del giallo di papaveri e margherite, si alternavano a larghe chiazze dove il prato falciato finiva di spegnere nella terra i suoi colori, e odorava di aspro sotto i raggi del sole.
La natura fertile invitava ad una immersione fiduciosa, ma Tania diffidava, non riusciva ad abbandonarsi; certo poteva godere, nel silenzio, del brusìo laborioso degli insetti, dello stormire delle foglie, ma credeva di perdere intanto qualcosa di sé; la sua testa, anche solo per accogliere quei minimi frammenti di creato, doveva spogliarsi dei propri pensieri. Poi capì che tacere le era necessario per ascoltare e per ascoltarsi.
Si sedette sulla grossa pietra d'angolo di un muretto di contenimento; ai pochi lievissimi rumori esterni si era aggiunto il battito accelerato del cuore, che la affaticava un poco. Per la prima volta forse aveva attraversato un prato senza chinarsi a raccoglierli, i fiori di campo, le spighe, i boccioli delle rose selvatiche. Non li aveva stretti in un mazzetto, non se ne era impadronita per poi vederli lentamente morire ed abbandonarli, ormai inutili, sul ciglio della strada. Guardò in giro: l'acacia fiorita, le erbe, la terra, i sassi le davano la stessa emozione di sempre, non era diminuita la consolazione e la gioia della loro esistenza, si allontanava solo il desiderio di impadronirsene - di ucciderli, aggiunse malinconicamente.

Il suono della campana le ricordò l'ora della messa e si avviò, più rasserenata, verso la chiesa che appariva, come ricordava, solida e austera già dall'esterno: priva di abside, una costruzione elementare in bella pietra grigia, forse locale, a grandi blocchi rettangolari sovrapposti. L'interno, dove la stessa pietra era stata usata anche per la pavimentazione, suggeriva una grotta scavata nella roccia viva, un rifugio solidale, offerto dalla stessa natura per accogliere e proteggere. L'immagine si era imposta a Tania con spontaneità, e altrettanto rapidamente si articolò in modo imprevisto e ancora confuso per uno spettacolo nuovo che le si offriva, e cambiava l'accogliere in un guidare, la protezione in una spinta verso.
Appena varcata la soglia, infatti, la chiesa le apparve tutta in piena luce, invasa dai raggi del sole già alto e quasi estivo. Le lunghe pareti laterali conducevano verso un unico altare che si trovava, bene in vista, al centro di una zona rialzata di alcuni gradini. Lì, sul limitare, la grata era stata rimossa, e la parete di fondo, incorniciata da due file di blocchi della stessa pietra, era interamente di vetro, inquadrava il paesaggio esterno creando una indescrivibile suggestione. Poche fronde verdi, in basso, mosse dalla brezza, erano all'esterno, l'unica traccia terrestre, un umile omaggio all'irruzione del cielo.
La invase una grande commozione, e si ricordò del suo nome che da ragazza aveva legato a Tanit. Il nome latino di Tanit, nel culto romano, lo sapeva, era Coelestis.
Spazio e colore, distanza e vicinanza, fisicità palpabile e simbolo metafisico formavano un flusso che penetrava dalla maestosa vetrata e non era aggressione, piuttosto amorevole, suadente invito. Tania pensò che la parola cielo le appartenesse, le trasmetteva ora una indicazione di infinità, dove lasciar svanire naturalmente il senso di ogni cosa o la necessità di comprenderlo. Un momento estatico, di tensione spirituale, finché nei suoi occhi levati oltre la croce nuda sull'altare rimase l'attrazione di quella eccezionale fonte di luce.
Avanzò lentamente verso la prima fila dei posti destinati ai fedeli, che si arrestavano ai piedi dei gradini, oltre i quali c'erano gli scranni, ancora vuoti, delle monache. Sedette tra la poca gente e i vecchi strumenti della razionalità si riaffacciavano insinuando il dubbio che la sua emozione fosse prevista, risultato di un effetto scenografico ben riuscito perché ben calcolato nel progetto.
Le monache entravano intanto da una porticina mascherata nella parete, vestite di nero col soggolo bianco. La loro veste la riportò, restituendole il disagio, a quella della regina Mariana da vedova. Non erano trascorse quarantotto ore dalla visita alla mostra con un lungo strascico di inquietudine, mentre la palla rossa del suo cuore solo da dodici aveva smesso i suoi scherzi pericolosi, limitandosi ora a pompare in fretta, ma abbastanza regolarmente, notò.
Vedeva le benedettine raggiungere dall'interno, una dopo l'altra, la soglia della piccola porta, una dopo l'altra venire avanti a fatica, piegarsi davanti all'altare con un inchino che sfidava le leggi di gravità permettendo loro di sfiorare la terra con la testa e di risollevarsi. Di nuovo a fatica, ieratiche, raggiungevano ciascuna il proprio posto.
Man mano le contava, tornava a guardarle e di nuovo a contarle, finché furono diciannove. Per ultima entrò la badessa. Seduta su uno scranno speciale, collocato ad angolo, si distingueva oltre che per la posizione, per il pastorale appoggiato al suo fianco.
Tania era esterrefatta, quasi senza accorgersene si ritrovava tra i personaggi che più avevano il potere di turbarla. La maggior parte di quelle donne erano vecchissime o tali apparivano. Quattro o cinque di loro si reggevano su stampelle di metallo articolate, una aveva la testa piegata in avanti tanto che il mento sembrava formare con il petto un unico blocco, un'altra camminava incredibilmente spedita nonostante una deviazione della spina dorsale che le portava la metà superiore del busto fuori da ogni apparente possibile equilibrio. Una, africana, portava un abito di colore differente, si sarebbe detto più intonato alla sua persona, e risultava anch'essa anomala per la diversità. Non sapeva se avrebbe più ascoltato le voci angeliche del suo ricordo.
D'un tratto, prima dell'ingresso dei celebranti, da dietro un leggìo che la aveva nascosta interamente, si alzò una figurina snella che fu subito riconoscibile come una suora anch'essa, ma giovanissima, con grandi occhi scuri dolci di espressione. Aveva un piccolo velo bianco al posto di quello lungo e nero delle sue consorelle. Sembrava, tra le altre, un uccello implume. Si chinò con il solito gesto davanti alla badessa e ritornò a sparire dietro il leggìo, da dove si alzarono subito dopo le delicate vibrazioni di una celesta per l'inizio dei canti. Così Tania seppe che le voci angeliche appartenevano davvero alle suore e uscivano, così pure, proprio dalle gole di quei corpi deformi.
La invadeva un sentimento nuovo di pace totale, ritmato dal continuum della celesta, dalle voci, dal battito del suo cuore che ora si era fatto come sottile e veloce, ma non la disturbava. La celebrazione della messa solenne avanzava, il sentimento di pace abbracciava tutte quelle suore e le loro controfigure che erano i reali di Spagna e i nani di corte, ma anche il mendicante e la negretta, e anche lei stessa, Tania; la pace riempiva la grande grotta in forma di chiesa e da lì penetrava in tutta la terra; scendeva attraverso la parete trasparente dal cielo ora più azzurro e luminoso, di certo diffondeva un delicato tepore che presto avrebbe scacciato gli strani brividi che a lei correvano per il corpo.
Seguendo a testa bassa il canto - almeno così credeva - , di nuovo presa dalla malìa ritrovata, non si era accorta che gli officianti e le monache, ordinati in doppia fila, avevano percorso lateralmente tutta la chiesa ed ora risalivano dal centro della navata, di nuovo verso l'altare. Li vide. I ricchi piviali dei sacerdoti sfavillanti di ricami d'oro, le sottane rosse dei chierichetti e le candide cotte, le stesse vesti nere delle monache, sobrie e accurate, richiamavano il fasto delle antiche cerimonie di Palazzo. Qui non veniva scortato el Rey, ma un'ostia candida portata dal celebrante in una teca la cui raggiera fiammeggiava al sole. Anche i fedeli lasciarono il loro posto per seguirla, in processione. A Tania rimasta sola, seduta, sembrava che si immettessero nella grande ondata di pace, anzi che tutto il corteo fosse l'origine della pace e la spandesse.
Non si sentiva bene, respirava a fatica, ma quanto la circondava in quel momento era molto molto più importante per lei. Il canto era diventato un coro pieno, tutti vi partecipavano. Anche lei conosceva la melodia e cercò di riconoscere le parole che risalivano da ricordi lontani. Non riusciva a distinguerne molte, eppure sapeva che nel canto semplice, popolare, quelle, quelle che stavano sottese alla sua memoria, dovevano esserci. Le aspettava. Le udì infine, smozzicate e a stento, per il rombo che cresceva nelle sue orecchie: "per i miseri implora perdono, per i deboli implora pietà". Implora? Si affaticava tentando di capire: chi implora, Chi è implorato? Non sapeva, ma non le pareva necessario sapere. Le bastava intuire che forse lì un senso c'era. Miseri, deboli... e gli altri, e le categorie delle sue angosce? I re e i nani, i belli e i deformi, i buoni e i cattivi, tutti miseri e deboli, tutti, lei compresa, lei Tania con ogni suo doppio. Per i miseri per i deboli, per tutti dunque, perdono, pietà.
Raggiunto l'altare, ripreso ciascuno il proprio posto, spento il discreto scalpiccio, si udì di nuovo il suono della celesta. Dava l'avvio a un canto alto, di grande virtuosismo, intonato, questo, solo dalle voci angeliche.
A chi chiedesse se Tania le avrebbe ancora chiamate così, dopo la rimozione della grata, dopo aver visto da vicino le povere creature sciancate e valetudinarie a cui appartenevano, con certezza si potrebbe rispondere di sì. Basterebbe guardarla, ancora seduta nella prima fila dei fedeli, con le mani in grembo, la testa appena reclinata, tra gli occhi e le labbra un sorriso.


(da Quaderni Radicali 87 settembre/ottobre 2004)

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