Rimandi

La sinistra della sinistra e il sogno ipocrita di vivere gli anni '70

articolo di Giuliano Ferrara

Tutti sempre molto indulgenti con la sinistra della sinistra; in particolare l'establishment, cioè i grandi giornali. Adorano lodare e mettere in palchetto l'ultimo ideologismo di un Asor, la dichiarazione non lievitata ma fresca di forno di un Folena, la canzone bollita con foulard di Occhetto, la visione del mondo di una che si mette il passamontagna arcobaleno e corre per le primarie, il fervente castrismo di un Diliberto, i gargarismi moralistici di un Veltri, la pettinatura di un Colombo, la finta autorevolezza un po' trombona del Manifesto, una sbruffonata eroica di Gino Strada.

Costa niente, rende molto. Ci si fa legittimare dai superbuoni, dai puri, da quelli che si indignano.
Si semina un po' di zizzania nella coalizione di centrosinistra, che ha il vento elettorale nelle vele, e così la si controlla meglio. Si fa un dispetto a D'Alema, a Fassino, agli sgobboni dell'Unione. Si gioca di sponda. E fino a un certo punto è comprensibile, bisogna pure inventarsi qualcosa per mandare in tipografia i giornali. Poi no, lo scherzo non diverte più.

Todos caballeros, naturalmente. E niente di personale contro le persone citate, che hanno in sé il chiaro e lo scuro di ogni cultura politica, e ogni tanto arrivano persino ad azzeccarla. Ma il succo della loro predicazione è avvelenato dal moralismo combinato con il più sfrenato politicismo, con lo sfruttamento intensivo della più piccola rendita di posizione, con l'idealizzazione del giovane munito di estintore, il sogno di rivivere quell'incubo che furno gli anni Settanta, mortiferi. Hanno pieno diritto di parola, i sinistri della sinistra, su questo non si discute nemmeno. Sono comunque un elemento di contraddizione che rende plurale e libero il discorso pubblico, è giusto informare su di loro, invitarli in tv, e umanamente rispettarli.

Ma chi demolirà la loro ipocrisia, il loro legalismo farisaico, il messaggio ideologico unidimensionale che abolisce la realtà e le sovrappone la disgustosa proclività al sogno, all'illusione, anche quando la storia dimostra la trasformazione in incubo dei loro idoli? In questa rincorsa benevolente al salottone del neocomunismo arcobaleno, chi farà la sua parte?

L'ultima che si sono inventati è la denuncia della trasformazione dei Ds in partito azienda, per via dell'Opa Unipol sulla Banca Nazionale del Lavoro, la solita mutazione genetica già inventata e cucita addosso a Craxi da Berlinguer. Sempre quella storia delle pezze al culo, lanciata in un teatro da Marco Travaglio, il destro qualunquista al servizio del mozzorecchismo della sinistra della sinistra. Non c'è sinistra al mondo in cui si affetti un così risibile disprezzo dei soldi, dell'investimento, della finanza e dell'impresa.

Una occupa con il suo passamontagna i palazzi di Coppola e dei Ricucci, pensando a Toni Negri e al Comandante Marcos, e confessa che il suo modello politico è l'epopea giottina nichilista di Genova; l'altro inchioda la malapolitica calabrese, perché il presidente della Regione Lojero ha 18 collaboratori, che a me sembrano anche pochi: lo chiamano il Cantiere, ed è un cartello elettorale per conquistarsi un posto al sole, non per governare, non per rischiare, ma per vendemmiare a grappoloni grassi e rossi l'estesa vigna della credulità umana.

Ma un europeista convinto come te come legge la crisi dell'Europa rispetto alla guerra in Iraq?

La sinistra della sinistra tedesca, che ha appena finito di celebrare i fasti elettorali, è in paragone un colmo di professionismo politico, un'espressione comprensibile della crisi della nazione riunifica e delle traversie della socialdemocrazia riformista a metà, quella di Gerhard Schroeder. Questi nostri campioni della lotta senza sbocco, questi professori dell'economia pietrifica nel classismo fattosi assistenzialismo, banditori del pacifismo da Patto di Monaco,dell'antiamericasmo viscerale, della piccola violenza disobbediente ma sempre impunita, dovrebbero prendere lezioni da Lafontaine, da Gysi e da Bertinotti, che la sua paradossale conversione al neocomunismo, dopo decenni di onorata carriera nelle file del socialismo sindacalista e libertariio, almeno l'ha piegata agli scrupoli e alle esigenze di un progetto politico di governo e di una pedagogia meno primitive e assai meno violenta, anzi nonviolenta. E ho detto tutto.

(Il Foglio, 19 settembre 2005)

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