A oltre un decennio dal profilarsi della cosiddetta seconda repubblica, nella confusione che percorre l'attualità politica italiana attraversata tuttora da trasformismi e deleghe in bianco a poteri incontrollati e irresponsabili, un dato resta incontrovertibile: milioni di elettori dell'area socialista liberale sono in realtà privi di rappresentanza. Eppure è da questa parte di popolo che può provenire una spinta al chiarimento, così da far uscire allo scoperto quelle divisioni oggi trasversali alle coalizioni elettorali, alimentando quella sana conflittualità da cui si sprigiona la vitalità di una nazione.
L'esito della lunga transizione italiana, iniziata nel biennio 1992-93, è consistito proprio nella messa in mora delle forze espressione di una volontà riformatrice. Cosa è accaduto, infatti, all'indomani del 1989? Il liberalismo sarà anche uscito storicamente vittorioso sulle ideologie totalitarie, ma sono i frutti malati di queste ultime a contaminare tuttora la vita pubblica: intolleranza, settarismo e prevaricazione si sono insinuati nelle coscienze ed è difficile estirparli.
Altrettanto resistente è risultata la perdurante strategia di consociazione e controllo pervasivo della società, che da sempre plasma l'assetto di potere dominante nel Paese e che, tempo addietro, definimmo come "guelfismo". Il suo sistema di valori ha dominato in Italia lungo tutto l'arco del secolo, grazie ai due grandi accordi prima tra cattolici e Fascismo e poi tra gli stessi e il social-comunismo. Nemico della "differenza", giudicata di per sé un male, il "guelfismo" si caratterizza per la gestione oligarchica del potere in opposizione al libero manifestarsi della sovranità popolare, per lo più considerata un fastidioso impaccio da cui svincolarsi ora con un ribaltone, ora coi girotondi.
Oggi esso trova espressione tanto nei ripetuti tentativi dei post-democristiani di ridar vita al grande centro senza altre strategie se non la pura gestione delle clientele, quanto nella nuova formula dell' "ulivismo", che dovrebbe sostituire le tradizionali culture democratiche con un combinato disposto di moralismo giustizialista ben attento a non disturbare i manovratori dei salotti bene.
In questa situazione, è facile immaginare che chi pensi di adunare un buon 20% dell'elettorato attorno a un nucleo aggregante d'ispirazione laico-socialista possa venire accusato di velleitarismo. Allo stato attuale, tra socialisti dispersi nella diaspora e laici in stato confusionale permanente, può sembrare davvero ardito spingersi così oltre. D'altro canto, però, nessuno potrà mai confutare il dato di fatto che l'area del disagio rispetto al bipolarsimo in atto e alla lunga transizione vissuta dal Paese sia sempre più vasta. Trovare una soluzione a questo disagio è il vero nodo politico da sciogliere.
Come farlo? Nessuno ha ricette preconfezionate. Per intanto si può tentare di comprendere perché, ad esempio, Forza Italia non sia riuscita a calamitare su di sé quest'area ed anzi si sia posta nei fatti su versanti ad essa estranei. Nel 1994 il nuovo partito berlusconiano poteva rappresentare in effetti il più serio tentativo di dar vita ad uno schieramento politico 'ghibellino' di massa.
Tentativo in gran parte inconsapevole e risultante più da un coacervo di interessi, di emozioni e di istinti che non da un chiaro complesso di convinzioni ideologiche. Purtroppo è avvenuto che, nel giro di una breve stagione, Forza Italia ha rinunciato a sostenere questa ipotesi, riconsegnando così il monopolio dell'iniziativa politica ai soggetti che da sempre interpretano la socialità come il luogo della rinuncia ai tratti distintivi.
In fondo è solo questa l'ispirazione di tutti gli interventi intrapresi a suo tempo negli anni di governo dall'Ulivo e che ora l'Unione ripropone, senza tener in nessun conto i dati reali. La colpa più grave del governo Berlusconi è stata, per l'appunto, nell'incapacità di farsi promotore di una svolta neo-ghibellina il cui tratto essenziale avrebbe dovuto essere che la stabilità sociale si fonda sulla ricaduta collettiva dell'estrisecarsi delle capacità individuali. Il pensiero ghibellino sostituisce all'idea del popolo come 'gregge di pecore' quella del popolo come 'torma di lupi'. Dotato sì di una sua coesione autodifensiva, e di una sua forma di solidarismo, ma basata sulle capacità individuali di affermazione e sulla protezione che scaturisce dall'alone della 'forza' che i giovani del branco trasmettono agli altri.
Quando questa prospettiva è venuta meno, Forza Italia non ha più rappresentato il punto di coagulo per quelle forze - anche trasversali - desiderose di emanciparsi dal clima "parrocchiale" imposto da secoli di guelfismo. Ad attendere che il testimone sia raccolto da altri, sono in molti. Più del 20%. Già, perché qui si tratta di riorganizzare un'area dell'elettorato, che grosso modo possiamo ragionevolmente considerare attestata attorno al 20%. Se non il primo, certamente uno dei primi raggruppamenti politici del Paese.
Elettori che non si riconoscono nel bipolarismo scaturito da riforme elettorali arraffazzonate, frutto più delle alchimie delle vecchie oligarchie che non delle indicazioni suggerite attraverso il referendum del '93, miranti a una semplificazione dello scenario politico. Sono coloro che rifuggono da ogni ipotesi compromissoria coi cascami di una Dc egemonizzata dagli eredi del dossettismo; che, altrettanto recisamente, non ci stanno a sottomettersi alla "normalità" centralistica del modello emiliano, rivendicando l'autonomia dei soggetti laici e liberal-socialisti e che, soprattutto, sono proiettati verso un futuro dinamico, dove nulla sia definito una volta e per sempre. Anticonsociativi, scettici verso qualunque tipo di infatuazione, compresa quella per un mercato dalle soluzioni miracolose, animati da un ardente spirito libertario e contrari a ogni forma di autoritarismo, compreso quello in toga: tutti costoro vivono oggi il disagio dei tempi e sono di fatto privati di una rappresentanza adeguata. Sono disseminati un po' ovunque, ma proprio per questo non possono esercitare alcuna influenza. Finora è mancata la volontà di accorpamento, così come una guida all'altezza della situazione: forse è tempo di provare a cambiare per davvero.